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Il murale della discordia: la polizia di frontiera chiede a Trump di rimuovere un’opera a Tijuana

L’US Customs and Border Protection, l’organo preposto alla tutela delle frontiere ha chiesto a Trump di rimuovere un murale sulla barriera che divide Tijuana da San Diego che rappresenta una bandiera statunitense rovesciata. E gli artisti sono sul piede di guerra

Il murale della discordia

Solo 32 chilometri separano la parte meridionale di San Diego da Tijuana, prima città in territorio messicano nella penisola della Bassa California. Passaggio obbligato per chiunque voglia recarsi negli Stati Uniti e viceversa, la città messicana ha fama di essere una delle più pericolose del pianeta. Immagine speculare dell’opulenta San Diego che è, per ironia del destino, tra le città più vivibili. E se, a parte le code chilometriche, non esistono grandi difficoltà per gli statunitensi che vogliono recarsi in Messico alla ricerca di medicine, droghe e divertimento a basso costo, nel caso opposto, attraversare il confine è praticamente impossibile. Colpa della restrittiva politica migratoria messa in atto dagli ultimi governi e di quel muro, lungo oltre 3000 chilometri, che è stato eretto nel 1994 per impedire l’afflusso massivo di immigrati negli Stati Uniti, la cui presenza domina la città. Il “muro della vergogna”, così ribattezzato dalle associazioni attiviste per i diritti umani e dai media, è di nuovo al centro delle polemiche, questa volta per via dei murales che sono stati dipinti lungo il suo perimetro.

IL MURALE DELLA DISCORDIA

Uno in particolare ha attirato le ire dell’US Customs and Border Protection, l’organo preposto alla tutela delle frontiere. Si tratta del grande murale che rappresenta una bandiera americana rovesciata. Un’opera diventata nel tempo iconica al punto da essere probabilmente la più fotografata tra le tante che ricoprono il muro sia dal lato messicano che statunitense. Non si ha la certezza della paternità del murale, forse opera di un artista di San Francisco, fatto sta che la bandiera rovesciata è diventata il simbolo delle aspirazioni di tutti coloro che si vedono negare l’accesso negli Stati Uniti e, quindi, la possibilità di una vita forse migliore. Certo non è la prima volta che l’opera finisce sotto attacco da parte della fascia più radicale dei repubblicani, ma mai prima d’ora era accaduto che un’organizzazione federale scendesse in prima linea contro un’opera d’arte, arrivando a chiederne addirittura la rimozione.

L’ARTE NON SI TOCCA

È un’opera oltraggiosa e dileggia il simbolo per eccellenza della storia statunitense”, con questa la motivazione l’organizzazione che controlla le frontiere ha chiesto al presidente Trump di rimuovere il murale. Una scelta che ha scatenato l’ira di attivisti politici e professionisti dell’arte statunitensi scesi in campo per difendere il murale e, ancora più importante, la libertà di espressione di artisti ed intellettuali, infiammando ulteriormente il dibattito nazionale in merito alla politica di immigrazione dell’amministrazione Trump. Gli artisti si appellano al Primo Emendamento della Costituzione Americana che garantisce la libertà di parola, sottolineando il rischio della censura. Gli oppositori, invece, rilanciano la proposta di introdurre l’emendamento di vilipendio alla bandiera, tanto caro ai repubblicani che, in territorio messicano, è stato bloccato dal Senato per un solo voto di scarto. Ai tempi c’era, però, Obama. Trump, appena eletto, ha annunciato che avrebbe introdotto l’emendamento con pene fino ad un anno di carcere e la perdita della cittadinanza americana per chi offende la bandiera. La Corte Suprema era subito intervenuta per dichiarare l’atto inammissibile proprio in virtù del Primo Emendamento, ma adesso la situazione potrebbe girare a favore di Trump. A partire proprio da un murale dipinto sulla frontiera in nome della libertà.

By   Mariacristina Ferraioli – Artribune.com

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