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Morto Bruno Caruso. L’impegno civile e il racconto poetico del pittore

La natura, le vicende storiche e politiche, gli uomini celebri, gli intellettuali, la mafia, i contadini siciliani. E lo straordinario ciclo sui pazienti dell’ex ospedale psichiatrico di Palermo. Muore a 91 anni il grande disegnatore, pittore e incisore Bruno Caruso.

Bruno Caruso, I pazzi del manicomio di Palermo (che mimano la Corrida). Disegno a china acquarellata, 1955

“L’«alienato mentale» viene rinchiuso se si ribella a vivere in una società pseudo-ordinata, pseudo-civilizzata che si riconosce esplicitamente nevrotica, alienante e squilibrata, e nella quale gli squilibri prima ancora che essere psichici sono economici, sociali, razziali.
Il complesso di persecuzione cresce proprio là dove la persecuzione esiste realmente, nella rapacità della libera iniziativa, nello schiacciamento del più debole e del più fragile, nel soffocamento sistematico della società dei consumi, nella repressione classista che lo stato organizza per chi esce dal binario
”.
Parole dure, quelle di Bruno Caruso. D’impegno e di coscienza, di contestazione e di resistenza. E di prossimità reale. Con tutto il disagio di chi si espone a una “tragica, ossessionante esperienza umana”, sentendo persino il peso di una complicità involontaria: osservare, condividere, abitare quei luoghi, in mezzo “ai malati legati e rinchiusi saldamente nel bagno penale del manicomio”, era già parte dell’orrore. Nessun “compito vagamente umanitario e sociologico” in quell’impresa, ma il tentativo di produrre “un’opera indirettamente politica”. Disegni, decine e decine. Messi insieme tra il 1953 e il 1956.

L’ESPERIENZA COI MATTI E LE PAROLE DI BASAGLIA

Bruno Caruso, Il mondo alla rovescia, disegno a china acquarellata, 1954

Caruso, classe 1927, palermitano di nascita e romano d’adozione, tra i più noti disegnatori, pittori e incisori siciliani del secondo Novecento, è scomparso il 4 novembre 2018, stroncato da una malattia.
Quegli stralci arrivano dal volume “Manicomio”, stampato a Roma nel 1969 in sole 500 copie, per le Edizioni della Colonna Infame. All’interno una selezione dei disegni in cui il maestro tracciava gli sguardi, i connotati e la quotidiana tragedia dei matti di Palermo; 99 esemplari erano accompagnati da un’acquaforte firmata e numerata. Un altro libro, nel 1975, stavolta edito da Dedalo, tornava a raccontare quello straordinario ciclo realizzato all’interno della palermitana Real Casa dei Matti, con un’introduzione firmata nientemeno che da Franco Basaglia. Tre anni dopo la “Legge 180” avrebbe visto la luce, costringendo tutti i manicomi del Paese a una lenta, progressiva, nebulosa e indispensabile chiusura. La grande battaglia basagliana era vinta.

Bruno Caruso, Manicomio, Edizioni della Colonna Infame, 1969

Quello che Caruso ha colto”, scriveva il noto psichiatra veneziano, “è il doppio livello su cui si articola l’internamento, la miseria, la povertà, la degradazione, l’abbrutimento e insieme la follia come unica possibilità di espressione per chi si trova internato in un luogo dove la norma è essere folli (…). Ma c’è anche un’ambiguità in Caruso, ambiguità implicita negli sguardi allucinati, nelle bocche spalancate in urla disumane, che sono molto più vicini all’immagine classica della follia, della pericolosità del pazzo, di quanto non sia la realtà. Ma se Caruso ha colto questo aspetto nel manicomio di Palermo, esso ci dice anche qualcosa di ciò che il manicomio produce al suo interno: una follia violenta a immagine della violenza del manicomio”. Maschere sì, ma non per cliché o inutile esasperazione: in quei volti si leggeva la condanna inflitta dall’Istituzione totale, che annullando e plasmando le singole persone produceva schiere di “malati”, di alienati.

L’IMPEGNO CIVILE E IL REALISMO. I VIAGGI E LA POLITICA

Bruno Caruso, Incantatore di insetti, 1985, olio su tavola, 35 x 40 cm

Bruno Caruso – uomo colto, dalla personalità vulcanica e dalla profonda intelligenza – assunse il senso e il peso di questa lotta difficile e la condusse con gli strumenti propri: il segno, il colore, il racconto visivo, la figurazione gonfia d’ironia, di teatralità, di timbri accesi e insieme cupi, d’orrore a fior di pelle e di vivacità erotica, d’illustrazione fantastica e di memoria mitologica, di tratti infantili, grotteschi, caricaturali e di perversioni sotterranee.
Tutto questo, nella serie sul manicomio, si vestiva d’impegno politico e di passione civile, restando attaccato ai tumulti della cronaca e agli imperativi morali della storia.
Lo stesso impegno e la stessa attitudine realista già evidenti nei primissimi lavori, ispirati alle rovine di una Palermo martoriata dai bombardamenti del ’43, o in quelli sull’occupazione nazista del Ghetto di Praga, sui contadini siciliani che occupavano le terre, sulla guerra in Vietnam, sulle spire della mafia e la strage di Portella della Ginestra. E ancora scene di vita vissuta, tra denuncia e osservazione sul campo, rappresentando il popolo, l’Italia del lavoro e quella del potere corrotto, e gli ultimi, i dittatori, i ribelli, i vinti, i sognatori, l’utopia del ’68, la disfatta e ancora la voglia di cambiare.

Non a caso, sul filo di questa vis politica, collaborò con quotidiani come L’Ora l’Unità, e fondò egli stesso dei progetti editoriali, come la rivista “Sicilia” nel 1953. E non fu pavido, non conobbe mollezze, non risparmiò il graffio, l’accusa, lo sberleffo. Come quando, l’1 dicembre del 1970, pubblicò su L’Ora un articolo accompagnato da un disegno: a illustrare la scritta “Evviva la Sicilia” c’era un grappolo di facce note, tutti protagonisti eccellenti della scena palermitana. Uno era il boss Luciano Liggio, gli altri erano Vito Ciancimino, il procuratore Scaglione, l’Onorevole Gioia, il costruttore Vassallo e il più volte ministro Bernardo Mattarella. L’accostamento al capomafia non fu gradito, tanto che partirono una serie di querele. Inclusa quella degli eredi di Scaglione, che nel frattempo, nel maggio del 1971, veniva ucciso da Cosa Nostra.
Fu un viaggiatore infaticabile, Bruno Caruso. Un amante della cultura e delle culture, curioso del mondo e delle sue mille facce. Materiale prezioso per i suoi intrecci di inchiostro, grafite, acquerelli, simboli, parole. Si recò spesso in Oriente, a Teheran imparò i segreti della calligrafia persiana, fu sedotto dalle miniature indiane e si innamorò dell’arte grafica giapponese. Dalle taglienti allegorie – come la “Fucilazione di una natura morta” – ai molti ritratti di personaggi celebri, passando per le illustrazioni del Nuovo Testamento o di opere di grandi letterati, la sua immensa produzione si definì come un catalogo eterogeneo, con radici potenti nel passato e una lente d’ingrandimento sul presente: spietato, barocco, carnale, spettrale, leggiadro, palpitante.

ACCADEMICO E IRREGOLARE

Bruno Caruso, dai ciclo sui matti di Palermo

Eppure Caruso – con la sua lunga lista di mostre e di pubblicazioni, amato da scrittori come Sciascia, Consolo, Volponi,Vittorini, amico di artisti come Guttuso, Brassaï, Vespignani, raccontato da storici dell’arte come Maurizio FagioloClaudio Strinati – fu il tipico autore scelto dai circuiti vetero-mainstream, persino commerciali; il suo lavoro non fu mai associato ad avanguardie e sperimentazioni radicali, occupò pareti e librerie dei salotti borghesi, restò escluso dalle tendenze del contemporaneo e dalle logiche di chi – negli anni dei manifesti, dei gruppi, dei movimenti – trovava nella condivisione ideologica e intellettuale una forma d’esistenza, una chance identitaria.
Lui no. Era oltre le new wave, fuori dalle correnti e dalle definizioni. Severo col sistema e con le sue grinfie ciniche. Indipendente, irregolare, irriverente. E lo era restando dalla parte della tradizione, di un certo accademismo, di quel mix tra realismo, naïf e narrazione che negli anni del boom concettuale, della pop art, della video arte, del minimalismo o dell’astrazione pura, presupponeva una buona dose di coraggio.
Globetrotter, frequentatore di affollati milieu culturali, Caruso visse da solitario questa sua avventura con l’immagine: si immerse nel corpo sociale, si nutrì di patologie psichiche, spirituali, istituzionali, rubò vizi e virtù di donne e uomini celebri, normali, investiti dal potere o dimenticati dalla storia, e li trasformò in interpreti di un copione impietoso. La denuncia, la tensione epica e lo slancio letterario erano sovente una cosa sola.
Fu intenso, nella ricerca di un quotidiano incantesimo visivo, e se ne infischiò delle mode o delle retoriche della rottura. All’anti-tradizionalismo spinto preferì la ricerca dell’inquietudine e del perturbante, e poi del sogno, della malia, della fantasia, ma entro lo spazio mitico della figura e del racconto. Alle spalle la lezione di giganti come Goya, Klimt, Schiele, Grosz, Ensor. “La mia”, disse lui stesso, “è una pittura figurativa che non si può collocare in uno degli “ismi” di questo tempo”. E dunque eccentrica, distante dal centro, dai codici del tempo, dalle maniere comuni.

GLI ALBERI E LA NATURA. LE PAROLE DI SCIASCIA

Bruno Caruso, Il Ficus, disegno acquerellato, 1980

Anche nella rappresentazione della natura questa sua potenza – solo in apparenza placata dal conforto della mimesi – trovava una voce propria. Ne parlò con finezza critica Sciascia, nel suo “La corda pazza” (1970), prendendo spunto dalla passione del maestro per i giganteschi ficus palermitani: “Negli alberi che rappresenta, e specialmente nei ficus magnolioides di cui a piazza Marina, nella villa intitolata a Garibaldi, esistono esemplari stupendi, Caruso coglie e comunica quest’aria sinistra, questo sentore di cenere e di sangue. Rispetto alle piante belle a vedersi in lui forse agisce la remota avversione del contadino e una specie di coscienza dei luoghi, orrenda memoria e civile esecrazione (…). Nelle piante che egli dipinge ed incide c’è sempre un che di demoniaco e di carnivoro. Soltanto la palma – non quella bassa, da cui spesso affiora il volto del mafioso o del voyeur, ma quella alta, che svetta a immagine dell’uomo – se ne salva”. E ancora, in chiusura: “E si rasserena, nella presenza della palma, il mondo da metamorfosi, in cui l’umano e il vegetale sembrano sul punto d’imbestiarsi, e così d’incontrarsi orrendamente, che Bruno Caruso rappresenta”.
Metamorfosi imbevute d’angoscia e di bellezza. In cui cose minute e radiose giungono a riequilibrare le cavità e le asperità, il ricordo dei volti sofferenti e degli istinti bestiali, che del mondo fanno un teatro della crudeltà tutto da raccontare. E da mettere e rimettere in scena, tra scorci di città, rovine, voli di farfalle, corone di spine e boschi ardenti. Trasmutando, franando, resuscitando forme e corpi sul foglio.

By Helga Marsala – artribune.com

Galleria La Rocca, Palermo, 1966. Ugo Attardi, Bruno Caruso e Piero Guccione ad inaugurare la mostra “L’uomo orologio e altre storie”. Presenti l’autore del libro Giuseppe Quatriglio e Franco Grasso. Courtesy Galleria La Rocca, via Facebook

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