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Il suono come visione. Douglas Henderson in Germania

Uno dei promotori della sound art va in mostra in Germania, alla Sammlung Finstral di Friedberg. Generando un dialogo fra creatività, collezionismo e industria.

Douglas Henderson, Flower Nr.1 & Flower Nr.2, 2012. Courtesy l’artista & Finstral Collection, Friedberg

Spesso la posizione del collezionista è considerata privilegiata poiché libera dai vincoli del mercato, permettendo infatti di scegliere sulla base della propria sensibilità. Un operato che può portare alla scoperta di artisti la cui pratica non segue sempre il trend, eppure è foriera di un segno di valore. Talvolta quindi è anche grazie al discernimento appassionato dei moderni mecenati che alcune ricerche sono proseguite o cresciute.
È il caso di Douglas Henderson (Baltimora, 1960) e della sound art, termine che oggi usiamo senza indugio poiché è un medium entrato a pieno titolo nelle categorie del sistema dell’arte. Una spinta a questo traguardo l’hanno data anche progetti privati come la Sammlung Finstral, collezione dell’impresa altoatesina che ha fatto dell’arte uno strumento di innovazione. La mostra di Douglas Henderson presso la sede della Finstral a Friedberg, in Baviera, ripercorre i passi della ricerca dell’artista e del suo legame con la collezione.

Douglas Henderson, Kleiner Hexenkreis, 2015. Courtesy l’artista & Finstral Collection, Friedberg

L’ARTISTA

Henderson, musicista e compositore di formazione, ha studiato con autori del calibro di Milton Babbit, è laureato al Bard College, ha un dottorato presso la Princeton University e ha diretto il Dipartimento di Sound Arts presso la School of the Museum of Fine Arts di Boston, tenendo corsi di composizione elettroacustica, audio multicanale e registrazione.
Non a caso quando si parla di Henderson si utilizza il termine “veterano” della sound art, perché del suono è stato tra i primi a sperimentare le potenzialità fisiche, cinetiche e visive.
Questa la scintilla che ha fatto breccia nella sensibilità di Hans Oberrauch, il cui primo acquisto dall’artista americano è stato See We Rise, un’edera di casse che ascende lungo una corda, i cui suoni creano uno spazio sonoro tangibile. La spazializzazione del suono, la sua capacità cioè di creare e delimitare un ambiente fisico, è tra le prime sperimentazioni di Henderson nell’ambito delle arti visive.
Per il collezionista questo incontro, avvenuto alla Galerie Mario Mazzoli nel 2009, ha segnato una scoperta e l’inizio di una fascinazione verso questo genere capace di combinare le sue grandi passioni, le arti visive e la musica.

Douglas Henderson, enter, 2017. Courtesy l’artista & Finstral Collection, Friedberg

LE OPERE

La caratteristica del lavoro di Henderson è quindi la capacità di presentare il suono non soltanto nelle sue proprietà udibili, ma anche in quelle visibili. Il suono possiede infatti per natura molteplici manifestazioni fisiche, con cui si possono potenzialmente creare infinite forme in movimento.
Untitled (2004) ne è un esempio. È un’opera sonora, eppure non emette suono. Tuttavia possiamo vederne il movimento sulla superficie dell’acqua contenuta negli speaker rovesciati: le membrane, che vibrano mosse da frequenze bassissime (non udibili all’orecchio umano) agitano l’acqua facendole assumere pattern affascinanti. Tanti artisti oggi utilizzano questa proprietà fisica del suono, facendo rimbalzare sulla membrana degli speaker ogni genere di materiale. Henderson è stato il precursore di questa sperimentazione, aprendo le porte a un utilizzo ingegnoso e creativo di questo e altri fenomeno fisici.
Sfruttare la vibrazione della membrana degli speaker per conferire movimento è il principio che muove quindi molte altre opere dell’artista, tra quelle in mostra a Friedberg: Silver Surfer (2012), Kleiner Hexenkreis (2015) e Flower n. 1 e n. 2 (2012).
Il supereroe Silver Surfer, emblema di giustizia e forza indistruttibile, fluttua sulla sua asse in una stanza buia, lasciando dietro di sé scie luminose. Sono sempre le membrane degli speaker a far rimbalzare la luce laser del supereroe e proiettarla sul muro come lampi scattanti. E anche il suono è testimone del suo passaggio fulmineo nello spazio. Tecnicamente quest’opera è affascinante, poiché i due speaker (uno nell’asse e uno nel satellite) emettono due suoni che sono in dialogo tra di loro: “La composizione elettroacustica usa intricate variazioni di fase ed effetti doppler, per sviluppare uno spazio multidimensionale attraverso la stanza“.
Il riferimento a figure dell’immaginario collettivo è presente anche in Kleiner Hexenkreis, una danza magica di pennelli che vorticano silenziosamente, rimbalzando in cerchio sullo speaker. Henderson si rifà spesso a figure iconiche, per ironizzare sui miti della cultura contemporanea ‒ che si tratti di un supereroe dei fumetti o della bomba atomica. Le reinterpreta in chiave sarcastica, sviscerando la fascinazione che suscitano. In questo caso le streghe, figure controverse nella società e nell’immaginario collettivo.
In Flower n. 1 e Flower n. 2 il suono dà movimento invece a un fiore, che ruota su se stesso sfruttando le vibrazioni dello speaker su cui poggia. La composizione sonora che propagano (una poesia rap di MC Jabber mixata con campionamenti ambientali e frammenti di musica classica) è quindi l’elemento che conferisce all’opera sia il movimento fisico che il contenuto semantico.
Si è detto che il lavoro di Henderson è caratterizzato da taglienti allusioni alla cultura contemporanea ed è spesso legato a implicazioni sociali ed esperienze psicologiche personali o collettive. L’opera Babel III Language Angel (2010) è una torre di voci campionate e suoni prodotti dall’artista che si innalzano verso l’alto. La poesia è spezzata parola per parola, ogni voce ne pronuncia una e, attraverso l’utilizzo di una particolare tecnica di morphing sonoro, viene ricomposta, rappresentando una rivisitazione in chiave positiva della storia della Torre di Babele.
Chiude il percorso, o lo apre, Enter (2016) un’evoluzione di Stop, icona della storica mostra allo ZKM Sound as a Medium of Art del 2012. L’opera è un’introspezione sulla musica: l’artista si interroga sul suo rapporto con essa, interrotto dopo una carriera come chitarrista. Se nella prima versione la chitarra era totalmente bloccata, immersa in un cubo di cemento che ne impediva il suono, ora lo strumento sembra avere una speranza di esprimersi di nuovo, grazie a una grande crepa che si è aperta nel cemento. Enter è una sfida personale, un monumento intimo e al contempo un messaggio condiviso.

Finstral, Friedberg. L’esterno con un’opera di José Pedro Croft

LA SOUND ART

Anche se stiamo parlando di sound art, quindi, è il caso di parlare di segno forte in senso fisico, oltre che figurato. Le opere di Douglas Henderson sono movimento, energia e visione. Pervadono lo spazio con una presenza corporea, proprio perché utilizzano il corpo del suono. Lungi dall’essere una sinestesia, la fisicità del suono è un fenomeno reale: nell’opera di Henderson il suono si fa medium concreto.
Oggi questo medium è riconosciuto e apprezzato (Artissima Sound ne è un esempio), ma dieci anni fa si affacciava timidamente sul panorama delle arti visive, rivendicando il suo ruolo, sostenuto da pochi sperimentatori. Tra questi c’erano Douglas Henderson e altri colleghi che sono diventati oggi un riferimento nel panorama della time based art. Una ricerca che ha trovato sostegno nella passione della famiglia Oberrauch.
La Finstral è per questo un esempio di progetto innovativo, che unisce la passione del fondatore e la visione dell’azienda: l’arte è una “finestra sul mondo”, si legge nel sito, felice parallelismo tra le creazioni che produce (finestre) e quelle che accoglie come collezione. Non è un caso che la mostra di Douglas Henderson abbia luogo nella sede dell’azienda a Friedberg: per la famiglia Oberrauch è importante esporre le opere negli ambienti quotidiani di lavoro. Valore fondante è il potenziale evocativo delle arti: l’arte non deve essere slegata dalla vita quotidiana e relegata alle istituzioni. Tra i corridoi e gli uffici sono visibili quindi altre opere, da cui si evince che il fondatore non si è dedicato a un solo specifico genere, ma ha attivamente sostenuto le ricerche in cui crede. La collezione viene organizzata dalle figlie Kathrin, curatrice, e Sarah, artista, che sono cresciute nella condivisione di queste passioni.
L’arte può avere un legame concreto con l’innovazione: arte e business hanno infatti in comune l’ambizione all’evoluzione, lo slancio e la creatività. Quando una azienda è spinta creativa, gli artisti che essa sostiene ne sono parte viva ed emblema.

By Lucia Longhi – artribune.com

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