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Perché le gallerie sono in crisi? L’opinione di Maria Chiara Valacchi

Alla curatrice, critica, giornalista e fondatrice del milanese Spazio Cabinet, Maria Chiara Valacchi, abbiamo chiesto una valutazione della situazione attuale. Da una prospettiva che è, in maniera particolarmente stimolante, a cavallo fra interno ed esterno del sistema

Nonostante la pudicizia di non anteporre, almeno pubblicamente, l’aspetto economico a quello intellettuale, mai come oggi le gallerie sono assomigliate a vere e proprie società a spiccato carattere commerciale. L’economia è certamente un tassello fondante per sostenere il sistema artistico, ma occorre non dimenticare l’imprescindibile missione intellettuale dello stesso. La concatenazione di crisi economiche che ha segnato il primo ventennio del XXI secolo non è stata certamente d’aiuto: molti individui sfiduciati nel futuro hanno evitato gli investimenti a breve e medio termine, preferendo capitalizzazioni su beni meno aleatori e superflui. In aggiunta, leggi fiscali lacunose e il mancato riconoscimento da parte dello stato dell’arte come valore fondante ed equiparata a un qualsiasi bene di consumo, ha completato un quadro certamente poco felice. Di pari passo, il processo di “disumanizzazione” del tempo, sempre più insufficiente a compiere efficacemente ricerca e sedimentazioni delle scelte, ha spostato la maggior parte del collezionismo – ulteriormente confuso da un’eccessiva iperstimolazione – da un originario fine filantropico a una mera gratificazione compulsiva.

FIERE COME SUPERMARKET

Maria Chiara Valacchi

Di fatto, oggi le fiere sono lo specchio di questo trend: grandi supermarket dell’arte, spesso anabolizzati da smisurate ambizioni curatoriali (più per volontà di compiacimento che di studio), dove il lavoro degli artisti si acquista come un prodotto: più per il nome che per la visione a lunga gittata. L’evidente disaffezione da parte del pubblico e il costante svuotamento dei progetti presentati negli spazi privati rendono i galleristi sorta di schiavi di un sistema che li induce a continue partecipazioni forzate a rassegne a pagamento, allo scopo di mostrare al cosiddetto “mondo dell’arte” la propria esistenza. Una tendenza che ha spinto le piccole e medie entità del settore ad allinearsi ai sempre più esigenti ed esclusivi parametri di valutazione dei board, tralasciando la formazione di un proprio linguaggio personale nel quale i collezionisti avrebbero potuto riconoscersi e per il quale schierarsi.

IL RUOLO DEL GALLERISTA

Logica conseguenza a tali processi: l’ampliamento del divario economico tra le giovani realtà, vessate dai costi dei booth sempre più alti e da ritorni economici palesemente insufficienti, e le grandi gallerie established, che grazie al loro potere contrattuale possono agilmente pilotare apprezzamenti, mode e andamenti del mercato. Un ruolo analogo viene svolto dalle aste: spesso teatro di operazioni mirate al recupero o all’inserimento surrettizio nel sistema di artisti sconosciuti, attuato gestendo l’oggetto d’arte alla stregua di un titolo di borsa. Il ruolo del gallerista è così oggi fortemente in crisi non solo per questioni economiche tangenti, ma anche perché ha perso la propria storica missione di divulgatore di linguaggio culturale artistico a favore di modelli autoreferenziali, trasformandosi tristemente nel banale re-seller di un prodotto validato da altri.

By Maria Chiara Valacchi – artribune.com

 

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