Cultura, mostra

Infanzia e primitivismi. Arte italiana del primo Novecento a Lucca

Fondazione Ragghianti, Lucca ‒ fino al 2 giugno 2019. L’arte del primo Novecento italiano è protagonista della mostra allestita presso la Fondazione Ragghianti.

Carlo Erba, Le trottole del sobborgo (che vanno), 1915. Collezione privata. Photo Lucio Ghilardi. Courtesy Filippo Bacci di Capaci
Adolfo Balduini, Bambine che raccolgono fiori, 1919. Collezione privata

L’artista bambino. Infanzia e primitivismi nell’arte italiana del primo ‘900 presso la Fondazione Ragghianti di Lucca, è una mostra assai specifica, strettamente collegata alla missione dell’istituzione toscana.
Nel 1969 Ragghianti, infatti, scriveva: “Il problema dell’arte infantile tra il ‘900 e il 1920, tanto fuori d’Italia quanto in Italia, è uno di quelli che esigono una ricerca e una precisazione, tra tante altre da compiere per un periodo che ha acquistato così rapidamente una distanza archeologica”. Sono trascorsi cinquant’anni da quelle parole e finalmente si approfondisce, attraverso artisti noti e altri meno noti, una questione interessante dell’arte del nostro Paese, con richiami ad altri mondi, per esempio a quello dell’editoria che sottende a buona parte della mostra.
La prima sezione è dedicata a un artista di macchia, Adriano Cecioni, del quale è in mostra Ragazzi mascherati da grandi, un’opera di notevole modernità, soprattutto se comparata a Ragazzi che lavorano l’alabastro del 1867, un’opera rigida, algida nel suo primitivismo. Due mondi che parrebbero antitetici.
Un’altra sezione della rassegna è dedicata alla conferenza che nel 1885 tenne a Bologna e a Firenze lo storico dell’arte Corrado Ricci. Interessante il bozzetto dell’opera di Giacomo Balla Fallimento, accompagnato dagli interessanti appunti del pittore.

DA GIAN BURRASCA A CARRÀ

Gigiotti Zanini, Paesaggio con carretto, 1919. Trento, MART Archivio fotografico e mediateca

Un’altra sezione ancora è dedicata ad Alberto Magri e agli artisti tosco apuani. Le sorprese qui sono molte: fa da protagonista un personaggio, che ha popolato l’infanzia di alcuni di noi: Gian Burrasca. Il suo creatore è Luigi Bertelli, alias Vamba, frequentatore delle mostre fiorentine di quegli artisti. Siamo nell’Italia che precede la Prima Guerra Mondiale. Il volume illustrato, il finto diario del ragazzo borghese che ne combina di tutti i colori, esce per i tipi di Bemporad nel 1912, lo stesso anno della morte di Pascoli, il poeta del fanciullino, il cui spirito aleggia sull’arte di molti dei presenti.
E quindi i disegni, raffinati ed eleganti, di Spartaco Carlini, le cui atmosfere rimandano a certo Casorati dello stesso periodo.  Non manca, inoltre, Lorenzo Viani, artista ancora oggi troppo poco ricordato.
La quarta sezione è dedicata a Soffici e Carrà. Di quest’ultimo è il disegno de Il bambino prodigio del 1915. Inoltre è in mostra anche un disegno di Henry Rousseau, il doganiere, al quale soprattutto Soffici ha guardato con grande interesse.

DA ERBA A ROSAI

Carlo Carrà, La casa dell’amore, 1922. Pinacoteca dii Brera, Milano

Tra le opere più belle della quinta sezione, dedicata alle opere sull’infanzia durante la Grande Guerra, c’è Le trottole del sobborgo (che vanno) di Carlo Erba del 1915, un’opera che guarda al futuro, un futuro che l’artista avrebbe avuto brevissimo, essendo morto sull’Ortigara nel 1917.
La mostra chiude con una riflessione sulla persistenza del Primitivismo negli anni Venti e Trenta, con opere di artisti quali Rosai e Usellini. Ci piace rintracciare la fine della mostra in La casa dell’amore di Carrà, una donna nuda e un grande gatto stanno in una stanza dai colori metallici. Tutto sembra presagire quanto di lì a poco sarebbe arrivato: la fine dell’infanzia del mondo.

By Angela Madesani – artribune.com

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