mostra

Strati e scultura. Diego Perrone a Roma

Museo nazionale romano – fino al 7 gennaio 2019. l’intervento scultoreo di diego perrone entra in dialogo con gli ambienti del museo. rinsaldando la linea del tempo fra passato e presente.

Diego Perrone, La notte all’indietro pesa, exhibition view at Museo Nazionale Romano 2019. Photo Giorgio Benni
La notte all’indietro pesa è un titolo perfetto per la scultura realizzata da Diego Perrone (Asti, 1970) nell’ambito dell’Italian Council e presentata in una sala del Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo fino al 7 gennaio 2019. Un’opera di raffinata sensibilità, che offre diverse chiavi di lettura, proponendo una complessità tutta “italiana” nella migliore accezione del termine. “Una scultura che ha rivelato nel suo farsi una serie di caratteristiche tali da renderla preziosa e originale”, dichiara l’artista, che ha scelto di relazionarsi con la sezione del museo dedicata alla pittura classica, e in particolare con un affresco staccato del IV secolo d.C. che raffigura Venere seduta, rimaneggiato nel Seicento come Dea Roma, dopo essere stato rinvenuto nel 1655 e portato nel giardino segreto di Francesco Barberini.

VETRO E METAMORFOSI

In questa metamorfosi pittorica, alla figura vennero aggiunti alcuni attributi, come lo scudo e l’elmo, presenti anche nell’iconografia di Minerva/Atena, dea delle arti e dell’astuzia. Un’ambiguità colta da Perrone, che ha costruito la sua opera sulla stratificazione dei significati: un bassorilievo in vetro trasparente con un’anima di colore blu scuro, che, a prima vista, sembra avere la forma di un profilo umano colto a volo d’uccello, ma, a uno sguardo più approfondito, rivela la forma di due mani che reggono i quadranti di altrettanti orologi da polso, simili sia alle lenti di un cannocchiale sia allo sguardo di una civetta, uccello notturno ritenuto dagli antichi simbolo di saggezza in quanto capace di vedere nell’oscurità. L’opera rivela un interessante trattamento della superficie del vetro, simile ai diversi gradi di levigatura del marmo in epoca barocca, e in particolare nella scultura berniniana. “Il blu ricorda invece il lapislazzulo, presente nelle tarsie marmoree esposte in alcune sale di palazzo Massimo”, puntualizza Daniela Porro, direttrice del museo. “La tecnica che ho utilizzato, denominata “pasta di vetro” è una fusione a cera persa del vetro in uno stampo che ha bisogno di un lungo periodo di raffreddamento, per arrivare a questa strana stratificazione di lucido e opaco, colorato e trasparente, scultoreo e pittorico”, aggiunge Perrone.

I PUNTI DI RIFERIMENTO

Un’ulteriore prova della capacità dell’artista di riferirsi alla storia dell’arte come deposito di immagini, tecniche e materiali, volutamente scompaginati per accostare liberamente suggestioni provenienti da artisti come Wildt e Bernini (ma in questo caso anche Dalí e Redon) per indagare le capacità del vetro colorato di abbandonare la funzionalità dell’arte decorativa e librarsi nel firmamento della scultura a tutto tondo. Un immaginario sofisticato che appartiene di diritto agli artisti italiani, i soli capaci di utilizzare la storia dell’arte per elaborare forme e linguaggi riferibili a una cultura contemporanea alta e consapevole. By Ludovico Pratesi  – artribune.com

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