Cultura

Tutti gli oggetti non occidentali ed extraeuropei della Collezione Peggy Guggenheim

La mostra “Migrating Objects”, allestita alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia fino al 14 giugno 2020, ruota attorno agli oggetti non occidentali ed extraeuropei presenti nella raccolta dell’istituto. Un approfondimento sul tema.

Artista non riconosciuto Senufo, Costa d’Avorio, Maschera bifronte a elmo (wanyugo) (Probabilmente metà del XX secolo; Legno, 44 x 71 x 33 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim). Ph. Credit © manusardi.it
Artista non riconosciuto Sawos, Villaggio Yamok, Provincia Sepik Orientale, Papua Nuova Guinea, Figura di antenato (1900–1960; Legno e pigmenti naturali, 140 x 30 x 17 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim). Ph. Credit © manusardi.it
Era il 1959 ed erano già trascorsi dieci anni da quando la celebre collezionista americana Peggy Guggenheim (New York, 1898 – Camposampiero, 1979) si era trasferita definitivamente a Venezia, a Palazzo Venier dei Leoni: a partire da quell’anno, Peggy cominciò ad acquistare per le sue collezioni oggetti che uscivano dai confini dell’Europa e degli Stati Uniti per rivolgersi all’arte dell’Africa, dell’Oceania e delle Americhe. Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, si dedicò infatti a un aspetto ancora poco noto della storia del suo collezionismo, attorno a cui ruota l’attuale mostra allestita nella sede museale della Peggy Guggenheim Collection fino al 14 giugno 2020, dal titolo Migrating Objects. Arte dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe nella Collezione Peggy Guggenheim, a cura di Christa Clarke, R.Tripp Evans, Ellen McBreen, Fanny Wonu Veys con Vivien Greene. I primi oggetti ad essere acquistati dalla stessa Peggy furono “dodici fantastici [artefatti]: maschere e sculture della Nuova Guinea, del Congo Belga, del Sudan Francese, del Perù, del Brasile, del Messico e della Nuova Irlanda”, come scrisse nelle sue memorie. A dare impulso a questo collezionismo “non occidentale” fu il suo secondo marito, l’artista surrealista Max Ernst (Brühl, 1891 – Parigi, 1976), che si riforniva di questi tesori grazie al mercante d’arte di New York, Julius Carlebach. Già negli anni Quaranta, Ernst possedeva la maschera Kwakiutl della Colombia britannica e l’esercito delle bambole kachina del Sud-ovest degli Stati Uniti. Del periodo in cui i due si separarono, Peggy aveva ben chiaro nella mente il momento in cui “lui staccava dalle pareti i suoi tesori, uno dopo l’altro”; probabilmente acquistare questo tipo di oggetti rappresentava per lei una sorta di riscatto dalla dolorosa separazione: “ora [i suoi tesori] tornavano tutti da me”. Prescindendo dai risvolti sentimentali, l’acquisto di questi artefatti non sarebbe stato possibile senza l’aspetto imperialista del commercio coloniale e delle spedizioni etnografiche. E furono molti gli artisti del primo Novecento, tra cui Henri Matisse (Le Cateau-Cambrésis, 1869 – Nizza, 1954) e Pablo Picasso (Malaga, 1881 – Mougins, 1973), che iniziarono a collezionare oggetti della cultura africana e oceanica per studiarli e per applicare alcuni principi di queste ultime alla loro arte. Inoltre nei musei d’arte cominciarono a essere esposti oggetti che si era soliti ammirare solo in musei etnografici o di storia naturale. L’aspetto “non occidentale” del collezionismo di Peggy rientra perciò nell’ambito di un interesse che si era già precedentemente sviluppato nel mondo dell’arte e del mercato. La collezionista aveva ben presente gli scritti dello scultore inglese Henry Moore (Castleford, 1898 – Much Hadham, 1986), nei quali affermava: “L’arte primitiva è una miniera di informazioni… ma per poterla capire e apprezzare compiutamente è di fondamentale importanza la visione diretta delle opere, più che lo studio della storia, della religione e dei costumi sociali delle popolazioni primitive”. Tuttavia, gli artisti che introdussero l’arte africana, oceanica e precolombiana nei loro dipinti e nelle loro sculture lo hanno fatto entro una concezione eurocentrica: non è pertanto strano per questo motivo accostare opere d’arte occidentali a opere non occidentali per porle a confronto. In una fotografia del 1966 si nota ad esempio che a Palazzo Venier dei Leoni Peggy aveva accostato Sulla spiaggia (La Baignade) di Picasso a una figura seduta Dogon della regione centrale del Mali per le rilevanti somiglianze visive. Nel percorso espositivo di Migrating Objects, si è scelto infatti di porre opere non occidentali in dialogo con alcuni capolavori delle avanguardie europee, che appartengono anch’essi alla collezione, di artisti che sostennero lo sviluppo del loro linguaggio modernista introducendo questo genere di artefatti provenienti da culture altre.
Artista non riconosciuto Salampasu, Repubblica Democratica del Congo, Maschera (mukinka) (Probabilmente prima metà del XX secolo; Legno, rame, fibre vegetali, caolino e pigmenti naturali, 62 x 26 x 28 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim). Ph. Credit © manusardi.it
Se l’arte non occidentale era considerata, in un certo senso, ispiratrice delle avanguardie, negli anni del regime questa venne classificata come arte degenerata, tanto che nella celebre mostra, dal titolo Entartete Kunst, allestita nel 1937 a Monaco di Baviera, le opere primitiviste furono oggetto proprio di condanne razziste: ne è un chiaro esempio la stessa copertina del catalogo della mostra, sulla quale era raffigurata la scultura dell’artista ebreo Otto Freundlich(S?upsk, 1878 – Majdanek, 1943), intitolata Grande Testa L’uomo nuovo: si trattava di un grande volto tipico dell’arte primitiva ispirato alle enormi statue dell’Isola di Pasqua. La presenza di oggetti africani, oceanici e precolombiani nella collezione di Peggy Guggenheim è stata considerata in alcuni casi come una dichiarazione antifascista, anche perché la collezionista aveva origini ebree, ma anche come emblema della sua vita cosmopolita o come retaggio dell’epocacolonialista. Obiettivo della rassegna è quello di far emergere le interpretazioni errate imposte dalla cultura occidentale circa questi oggetti non occidentali, esponendoli in parte in gruppi privilegiando i loro contesti originali e in parte ponendoli a confronto con opere europee delle avanguardie. La scelta di impiegare questi due metodi differenti permette di prendere in considerazione come le opere, i cui significati e scopi originari sono spesso fraintesi, siano collocate negli studi, nelle gallerie, nei musei, con finalità spesso contraddittorie. Tracciare le traiettorie di questi oggetti è un atto che rivela gli intrecci che si sono formati tra colonizzazioni, annessioni, migrazioni e reinterpretazioni.

Gli artefatti acquistati nel 1959 che diedero inizio alla collezione d’arte non occidentale, arricchita negli anni Sessanta, arrivando a possederne circa cinquanta, provenivano soprattutto dall’Africa: Peggy venne probabilmente suggestionata dalle amicizie e dai rapporti che intratteneva con artisti influenzati dalla cultura africana: conosceva bene ad esempio le collezioni di Walter e Louise Arensberg e di Helena Rubinstein,che riunivano molta arte africana, e James Johnson Sweeney che nel 1935 organizzò al Museum of Modern Art di New York la mostra African Negro Sculpture; non c’è inoltre da dimenticare che Jackson Pollock (Cody, 1912 – Long Island, 1956),di cui Peggy fu la prima mecenate, era fortemente appassionato del mito e del rito dell’arte africana. Inoltre nel 1957 era stato aperto a New York il Museum of Primitive Art. Tra i primi acquisti per la collezione Guggenheim si contano probabilmente la maschera D’mba dei Baga della Guinea e il reliquiario Kota del Gabon; si aggiunsero oggetti in particolare di artisti Senufo provenienti dall’area che interseca Burkina Faso, Costa d’Avorio e Mali. Sono opere che risalgono alla prima metà del Novecento, quindi contemporanee all’incirca alle opere d’arte moderna europee in collezione. La collezione Guggenheim riflette la storia complessa della decolonizzazione, dello sviluppo delle reti commerciali e del diffondersi del gusto per il primitivo.

Tra le più significative delle venti esposte, la figura maschile seduta della regione N’duleri (Mali), il cimiero maschio Ci Wara della regione Ségou (Mali), la maschera bifronte a elmo della Costa d’Avorio, la maschera a spalla D’mba e la maschera angbai o nyanbai, entrambe della Guinea, il copricapo della Nigeria, la figura reliquiario del Gabon e la maschera mukinka della Repubblica Democratica del Congo. Sono invece nove gli oggetti della collezione provenienti dal Pacifico: questi erano prediletti perlopiù dai surrealisti, e Peggy era in continuo contatto con loro, ovvero con Max Ernst e con i suoi amici. Esiste addirittura una “mappa surrealista del mondo”, pubblicata nel 1929 dalla rivista belga Variétés, che rappresenta l’interesse dei surrealisti per tutto ciò che riguarda il Pacifico. Peggy acquistò soprattutto sculture malangan, termine che indica le sculture, le cerimonie e le danze degli abitanti della Nuova Irlanda settentrionale, figure dell’arte Sepik e un tappo Chambri per flauto dalla regione del fiume Sepik in Nuova Guinea. Quest’ultimo è stato realizzato per chiudere l’estremità di un lungo flauto in bambù, in occasione di cerimonie rituali del villaggio: il flauto emette un suono che viene considerato come la voce degli antenati e solo gli uomini che sono stati iniziati possono suonarlo.
Artista non riconosciuto Toma o Loma, Guinea, Maschera (angbai o nyanbai) (Probabilmente prima metà XX secolo; Legno, chiodi di ferro, vetro, metallo e resina, 88 x 39 x 15 cm; Venezia, Collezione Peggy Guggenheim). Ph. Credit © manusardi.it
Le opere precolombiane e amazzoniche presenti nella collezione non occidentale sono sei e comprendono tre dal Messico occidentale antico, due dal Chimor in Perù e una dalla popolazione Cubeo del Rio Uaupés dell’Amazzoni settentrionale. Sono tutte accomunate da un legame con i riti funebri. Tra queste si ricordano le figure in terracotta originarie di Nayarit, del Messico occidentale antico, ovvero due figure stanti e una coppia di sposi con bambino, caratterizzate da un tipo di scultura cava e di piccole dimensioni. Si tratta di figure che, all’interno delle tombe, accompagnano i defunti e li rappresentano nelle tappe più significative della loro esistenza. Le due opere peruviane del regno di Chimor, cioè una maschera funeraria in tre pannelli e un poncho ricoperto di piume, appartengono a sepolture di alto rango. Originariamente i pannelli della maschera funeraria erano a battente e venivano appoggiati su un fardo, ovvero una mummia a fagotto che presentava al centro l’immagine del defunto; il poncho costituito da piume tropicali era un oggetto di lusso e il motivo a triangoli scalonati e i decori stilizzati a camelidi rimandano alla cultura Nazca. La maschera amazzonica in corteccia battuta della popolazione Cubeo è una veste funeraria: rappresenta lo spirito di un animale e arriva a coprire il corpo dei danzatori che prendono parte alle cerimonie funebri che i Cubeo compiono per i membri del clan. Trentacinque opere d’arte non occidentale che rivelano un nucleo della collezione Guggenheim raramente visibile al pubblico e notevolmente significativo per comprendere interessi artistici della celebre collezionista che escono dai confini abituali dell’Europa e degli Stati Uniti.   By Ilaria Barattafinestrasullarte.info

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