Attualità, Cultura

Mondo della cultura in crisi spaventosa.

I NUMERI SONO SCONCERTANTI. IL CORONAVIRUS METTE IN GINOCCHIO L’ECONOMIA MONDIALE, COLPENDO CON VIOLENZA ANCHE IL MONDO DELLA CULTURA, DELLO SPETTACOLO, DEL TURISMO. IL CORRIERE DELLA SERA LANCIA UN’IDEA. MOLTI INTELLETTUALI DANNO SEGUITO. E L’APPRENSIONE INTANTO AUMENTA.

Veduta della sala della Niobe agli Uffizi
Gallerie degli Uffizi, Firenze
Oltre 52 miliardi, con un calo del Pil di circa il 3%. È lo scenario impietoso prospettato in pieno lockdown da Confcommercio, che ha al vaglio il flusso dei capitali e le tabelle comparative dei vari comparti economico-produttivi, pesantemente sacrificati dall’esplosione della pandemia e dalle relative misure di chiusura e restrizione. Precise ed allarmanti le stime sull’entità delle perdite che l’Italia subirà, nell’arco del 2020, per effetto del virus. Un’apocalisse economica, è il caso di dire. Scansando qualunque eufemismo e ottimismo di maniera. Il calcolo è relativo all’ipotesi meno rassicurante, ma al momento più realistica: la riapertura delle attività nel mese di giugno pare ormai poco più di una pia illusione. I conti si fanno dunque pensando a una ripartenza plausibile per gli inizi di ottobre. Sette mesi di deriva e di stallo, per un bollettino di guerra che non ha eguali, dal Dopoguerra in qua. Confindustria infatti raddoppia la stima: il Pil potrebbe crollare addirittura oltre il 6%.

CULTURA E TURISMO. TUTTI I NUMERI DELLA CATASTROFE

Quasi la metà delle perdite riguarderanno la filiera del turismo,con decine di miliardi andati in fumo per alberghi e ristoranti. E a proposito del settore dell’hotellerie, il direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio, Mariano Bella, spiega: “la situazione attuale è semplicemente senza precedenti. Per ottenere la stima di una perdita di circa 6 miliardi abbiamo fatto l’ipotesi che la riduzione dei consumi passi dal 65% del primo trimestre al 25% del secondo al 10% del terzo per poi rimbalzare del 10% nel quarto (le variazioni sono riferite al periodo normale del 2019). Pertanto, la nostra valutazione non è affatto pessimistica, ma, anzi, potrebbe peccare di ottimismo. È elevata, infatti, la probabilità che il tessuto alberghiero subirà lesioni permanenti da questa crisi”. A questo si aggiungono la ristorazione (-17.422 miliardi), ma anche tutto ciò che al turismo si connette e quasi si sovrappone: il settore cultura e spettacolo. Una paralisi a tutto tondo, attualmente senza alcun orizzonte chiaro. La tabella di Confcommercio fissa a -8.237 miliardi le perdite del comparto “ricreazione, cultura, istruzione”, con un -10,8% di valore reale nel 2020 rispetto al 2019. Immenso l’elenco delle vittime. Musei, teatri, cinema, fondazioni, gallerie d’arte, fiere, società di servizi e organizzazione eventi, testate di settore, cartacee e online, e ancora biblioteche, librerie, club e locali per la musica dal vivo, con la miriade di liberi professionisti che tengono in piedi questo immenso segmento della vita del Paese, tra artisti, attori, musicisti, registi, curatori, critici, giornalisti, manager, guide turistiche, allestitori, costumisti,  pubblicitari…: un blocco totale, tra soggetti pubblici e privati, che impoverirà fortemente il tessuto sociale, dal punto di vista dei capitali in circolazione ma anche – in prospettiva – sul piano delle idee, della formazione e dell’informazione, della crescita intellettuale. Che è la vera scommessa – invisibile e a lunghissima gittata – su cui si costruisce la fortuna di un Paese.
Emilio Vedova. Installation view at Palazzo Reale, Milano 2019. Photo Marco Cappelletti

L’IMPASSE DI MUSEI, EDITORIA, MUSICA, CINEMA

Jerry Saltz
Un dato relativo esclusivamente ai musei statali lo fornisce il giovane manager Antonio Leo Tarasco, dirigente dal 2010 del Ministero dei beni culturali e del turismo, per la Direzione generale Musei: “l’emergenza Coronavirus oggi si riflette sul patrimonio culturale in termini fortemente negativi. La chiusura imposta dai provvedimenti governativi sta infatti determinando, come in ogni altro settore economico-produttivo italiano, perdite ingenti valutabili nell’ordine di 20 milioni di euro al mese nel caso dei beni culturali materiali statali”. Specificando che il patrimonio culturale statale “è solo il 9,4% del totale italiano”. L’ordine di grandezza del naufragio complessivo è, dinanzi a tali proporzioni, facilmente immaginabile. In assenza di uno studio omogeneo e dettagliato, che includa tutte le categorie dell’enorme comparto culturale, un’indicazione la fornisce, già da sola, la stima fatta per i musei civici di Milano, (da Palazzo Reale alla Galleria d’Arte Moderna, passando per il Castello Sforzesco): secondo il Comune la perdita  prevista è di 400mila euro per ogni settimana di chiusura, con una ricaduta 30% sui concessionari che gestiscono i servizi aggiuntivi, partecipando agli incassi (bookshop, biglietterie, attività ludiche e didattiche, visite guidate). Non va meglio per l’editoria, che secondo l’Aie, Associazione Italiana Editori, nel 2020 sconterà un calo abnorme delle pubblicazioni, con 18.600 titoli in meno, 39,3 milioni di copie non stampate e 2.500 titoli non tradotti. Quanto agli spettacoli, altro settore strategico, solo fino al 3 aprile – data già archiviata, con l’estensione del blocco di altre due settimane – per il presidente di Assomusica, Vincenzo Spero, “sono stati sospesi circa 3mila concerti: il 60% è stato riprogrammato, il 17% stato annullato, con una perdita di circa 40 milioni. Ma è chiaro che si andrà avanti e la stima prendendo come riferimento fine maggio è di 4.200 eventi saltati con una ulteriore perdita di altri 23 milioni, che porterà il totale a 63 milioni di perdite in poco più di due mesi per il solo settore del live“. Un settore che muove in media 500 milioni all’anno. Penalizzato gravemente anche il cinema, che tra sale chiuse e incassi ridotti a zero, posticipa di alcuni mesi l’uscita di decine di film, mentre le piccole case di produzione non riescono a sostenere i nuovi progetti. Sono anche le major, però, a soffrire, e le piattaforme digitali non sempre e non per tutti possono essere una risposta. Persino Hollywood registra in queste settimane perdite pari a svariati miliardi di dollari.  

UN FONDO PER LA CULTURA. L’IPOTESI LANCIATA DAL CORRIERE

Hans Ulrich Obrist, Universo Assisi Festival
E mentre l’esercito dei lavori precari dell’arte, dello spettacolo e della cultura, chiede con forza al Governo di ricevere un sostegno continuativo e significativo, in vista di una condizione di immobilismo che non vede, attualmente, né un punto di fine né una strategia di rilancio, sul Corriere della Sera parte un dibattito importante intorno alla specifica emergenza culturale. È Pierluigi Battista, firma di punta del quotidiano di Via Solferino, a lanciare l’idea, lo scorso 26 marzo: “Si potrebbe definire Fondo nazionale per la Cultura, o Prestito nazionale per la Cultura, o Cultura Bond, il problema non è il nome. Certo, bisogna studiare bene la sua fattibilità pratica che solo gli esperti di economia e di finanza potrebbero indicare nel dettaglio tecnico. Ma sarebbe motivo di grande orgoglio nazionale se riuscissimo a istituire un Piano, con cui i risparmiatori italiani contribuissero a salvare dal disastro, o addirittura dalla morte, quel patrimonio immenso fatto di teatri di prosa e sale cinematografiche, teatri dell’Opera, musei, gallerie, siti archeologici, auditorium, balletti, orchestre, librerie, biblioteche, Conservatori, scuole d’arte e di fotografia, laboratori artistici e artigianali che oggi coinvolge direttamente ben più di mezzo milione di italiani. E bisogna fare in fretta, oggi, nei prossimi giorni, quando siamo ancora chiusi in casa”. Un fondo dedicato, quindi,  che insieme alle misure di assistenza e defiscalizzazione messe in campo dal Governo, assicuri nuova aria ai polmoni già malconci del settore culturale: metafora suggestiva, a proposito di infezioni respiratorie, che piazza la cultura tra i malati gravi di questa epidemia subdola, ingestibile, particolarmente insidiosa per il sistema ospedaliero e per le consuete metodiche di gestione sanitaria emergenziale. “Anche la cultura ha bisogno d’aria”, continua Battista, “perché le sue mille istituzioni, grandi e piccole, centrali o periferiche, pubbliche o private sono il polmone di un Paese”. L’appello, dunque, è rivolto agli italiani, gli stessi che in queste settimane di passione, di lutto, di sacrificio e di apprensione,“si stanno dimostrando così prodighi di donazioni” –proprio il mondo dell’arte, nel suo piccolo, continua a sfornare campagne di solidarietà per aiutare la sanità a reperire ventilatori, reagenti per tamponi, dispositivi di protezione – e che potrebbero diventare “protagonisti di un Fondo che serve a tenere in vita quel polmone”.

I LAVORI DELL’ARTE. ANCHE JERRY SALTZ e OBRIST RIFLETTONO SUL TEMA

Il Presidente Sergio Mattarella con il Presidente Andrea Carandini del Fondo Ambiente Italiano (foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
Il 29 marzo il giornalista torna a ribadire il concetto. Anche in risposta a chi, cavalcando benaltrismi cialtroneschi, proverebbe a minimizzare. Come a dire,‘c’è di peggio, cari intellettuali: se l’Italia si spegne l’ultimo dei problemi sono i salotti culturali’. “Forse non si è capito bene”, attacca Battista nel suo pezzo. “Forse non si è capito che senza un cospicuo fondo finanziario (aggiuntivo a quello governativo, che ci auguriamo all’altezza) capace di evitare la fine del polmone culturale italiano, a rischio mortale non sono i «soliti noti», i «soliti intellettuali» come si legge da qualche parte con la consueta stupidità, ma centinaia di migliaia di persone che con questo polmone respirano e ci fanno respirare”. Ovvero, “Il fonico, la sarta, gli attrezzisti e tutte le mille figure che permettono di produrre e girare un film: non hanno un futuro, se il set non è in grado di riaprire. L’addetto alle luci, alla scenografia, chi sta nel retro del palcoscenico: quando tutti i teatri resteranno chiusi perché non ci sarà più un euro per organizzare il cartellone della stagione, deserta, che verrà. Che ne sarà dei commessi delle librerie che abbasseranno le saracinesche anche dopo la clausura del coronavirus? Dei redattori delle case editrici? Degli uffici stampa che hanno il compito di assegnare l’uscita di film che non usciranno perché non potranno essere girati? I musei non avranno più qualche risorsa per fare nuove mostre: che ne sarà di chi ci lavora con passione e competenza, oppure che ne sarà delle società di lavoratori che allestiscono le mostre, imballano, trasportano, fissano al muro, illuminano le opere? Abbiate un po’ di quella che Wright Mills chiamava «immaginazione sociologica»”. Sembra fargli eco, nelle sue riflessioni appassionate, il super critico americano Jerry Saltz, di cui l’Internazionale riporta un articolo pieno di ricordi e di notazioni su alcune delle recenti  mostre visitate a New York. Mostre ora spente, implose nel buio di musei sigillati, congelati, abitati da opere-fantasma e sottratti agli sguardi del pubblico per chissà quanto tempo e con chissà quali conseguenze. “Nessuno sa quali saranno i danni economici, o che trasformazioni dovrà subire il mondo dell’arte”, scrive Saltz. “È un’infrastruttura complessa, composta da persone che svolgono mansioni a vari livelli, e che anche nei tempi migliori – a parte un gruppo ristretto – vivono in gran parte esistenze precarie perché dipendono dalla generosità di ricchi mecenati. Quando le gallerie riapriranno, le cose potrebbero tornare quasi alla normalità. Dopo la crisi finanziaria del 2008-2009 il settore dell’arte ha conosciuto un boom, perché le disuguaglianze erano ulteriormente aumentate e chi aveva soldi da investire li metteva nell’arte, considerata un rifugio sicuro. Così i prezzi sono saliti alle stelle, nuove megagallerie sono spuntate come funghi. Ma forse stavolta neanche le megagallerie riusciranno a superare indenni la tempesta”. Un’idea forte arriva poi dal grande critico e curatore Hans Ulrich Obrist, oggi Direttore artistico delle Serpentine Galleries di Londra. Il richiamo diretto è al periodo della Grande Depressione americana del ’29 e al mitico New Deal di Roosvelt, lo straordinario piano di riforme e investimenti messo in campo nel corso degli Anni Trenta per superare quel gigantesco buco nero. Per Obrist il momento è propizio: occorre rispolverare il Public Works of Art Project e la Works Progress Administration, pietre angolari della manovra rooslveltiana, che coinvolsero, supportarono e impiegarono una gran quantità di artisti statunitensi fra il ’35 e il ’43. È così che figure eccellenti, divenute poi  star internazionali, ottennero le prime importanti commissioni: tra questi Pollock, RothkoWillem de Kooning. “È un progetto così affascinante”, ha dichiarato Obrist al Guardian, “se consideriamo il punto in cui ci troviamo ora: sia in termini di sostegno all’economia, sia per l’importanza di aiutare e prendersi cura degli artisti. Il governo del Regno Unito dovrebbe attuare qualcosa di simile”. Ed è un progetto, per altro già sperimentato con successo un secolo fa, che altre nazioni potrebbero prendere seriamente in considerazione. L’arte e la cultura come volano per riaccendere un’economia colpita al cuore, contando sul talento di artisti, intellettuali, ricercatori, creativi: straordinari detonatori e riattivatori del tessuto sociale, con le loro produzioni, con il mercato che vi gravita intorno, con i processi di riqualificazione pubblica e urbana, con la capacità di attrarre e generare nuovi flussi di utenza, di consumo, di comunicazione. “In questo momento di crisi”, ha concluso il critico, “è importante che i musei pensino a come oltrepassare le proprie mura e raggiungere tutti”. Oltre il circuito chiuso, piccolo, iper-connotato del sistema artistico e museale, esistono intere comunità da coinvolgere, confidando proprio nel potere degli artisti e delle opere. Il tasso di utopia di un’idea simile coincide col suo alto potenziale di riuscita: l’esperienza del New Deal lo ha dimostrato. Lo sguardo visionario di politici e amministratori resta, va da sé, una condizione necessaria.

L’AVVIO DEL DIBATTITO, IN RISPOSTA ALL’IDEA DI PIERLUIGI BATTISTA

MAXXI Giovanna Melandri. Foto Musacchio Ianniello
Nel mentre, tornando in Italia, una serie di reazioni all’SOS di Battista hanno trovato spazio proprio sulle pagine del Corriere, trasformatosi in una piattaforma di confronto e di dibattito. L’idea del “fondo per la cultura” inizia a trovare sostenitori, ma soprattutto nuovi spunti, ipotesi di fattibilità, ulteriori analisi. Il primo ad agganciarsi è Andrea Carandini, Presidente del FAI, che già il 27 marzo risponde all’editorialista, indicando le sue parole come “miele sulle ferite di chi opera nel mondo della cultura”. Un mondo “tremendamente in affanno: la Scala perde un milione a settimana, le stagioni di prosa e concerti sono cancellate, cinema, musei, monumenti e giardini storici, come anche quelli del FAI, sono chiusi; ma i costi fissi come quelli del personale ci sono lo stesso e pesano con angoscia su casse ormai vuote. In questi giorni tremendi la cultura non è ovviamente in cima ai pensieri degli Italiani, anche se lo svago intelligente e il conforto spirituale ch’essa procura, che oggi mancano, già cominciano a pesarci”. Nella lunga stagione dell’isolamento sono proprio libri, musica, giornali, film e opere d’arte a nutrire i cervelli di chi resta a casa, misurandosi con la paura del domani, con i conti in rosso, con la morsa della solitudine, con le crisi emotive intermittenti e con la necessità di rifugiarsi nell’unico territorio davvero accessibile: quello delle idee, del pensiero, dell’immaginazione, delle sollecitazioni estetiche, della sensibilità. E il tema della povertà materiale, per una bella fetta di lavoratori, non è slegato da quello dell’inattività culturale: un’industria che fa numeri importanti, come le statistiche confermano. Ed ecco, per bocca di Carandini, due prime proposte targate FAI, rivolte al Governo nazionale: “assicurare anche alle imprese del Terzo Settore le agevolazioni previste dai decreti governativi per la rinascita delle aziende italiane e per il Terzo Settore distribuire subito le quote del 5 per mille decise dagli italiani nel 2018 e possibilmente anticipare a quest’anno anche quelle del 2019. Questi primi soccorsi già comincerebbero a rianimarci”.
Il Colosseo

PROPOSTE E OPINIONI

Rilanciano a stretto giro, ancora sul Corriere, Andrea Cancellato e Umberto Croppi, rispettivamente Presidente e Direttore di Federculture, il secondo anche al vertice della Quadriennale di Roma. L’accento va proprio sul valore simbolico che la produzione culturale conserva, nel cuore di una crisi di proporzioni planetarie: “Sono artisti, attori, scrittori, musicisti, i testimonial delle campagne in corso, è la rivalutazione delle trasmissioni ad alto contenuto culturale che sta caratterizzando molti palinsesti televisivi, sono le istituzioni culturali a utilizzare in maniera massiccia i social per offrire un supporto alla vita in quarantena degli italiani. È insomma sulla cultura che si fa leva per rinsaldare il senso della comunità e offrire motivi di coesione e ottimismo, è la cultura che ci fa sentire vicini gli uni agli altri nel nostro isolamento”. Essere comunità: un fatto determinante – anche e soprattutto in situazioni di disagio e di dolore – che non può prescindere dal piano dei simboli, delle identità, del linguaggio, della memoria. In una parola sola, da quel patrimonio materiale e immateriale definibile col termine “cultura”. E poi, gli aspetti pratici. Cos’è, o cosa potrebbe essere, questo “fondo nazionale” dedicato al comparto? “Non si tratta dell’appello alla generosità dei privati, né dell’abdicazione dello Stato nell’assolvimento di un suo dovere”, precisano gli autori. Piuttosto, occorrerebbe inventarsi una possibilità concreta per consentire ai risparmiatori non di donare, ma di investire. Con lo Stato nei panni di garante. “L’Istituto del Credito Sportivo”, aggiungono, “è, ad esempio, una banca pubblica che è culturalmente e giuridicamente attrezzata per la gestione di uno strumento siffatto”. Tra gli interventi c’è anche quello di Giovanna Melandri, . “Il flagello coronavirus mette in discussione tutto del nostro futuro”, esordisce la Presidente del MAXXI sulle pagine del quotidiano, chiedendosi subito: “Un Paese stremato e spaventato come eviterà che all’impoverimento materiale non si unisca la rinuncia alla bellezza, alla conoscenza, all’arte?” Ed ecco l’adesione all’ipotesi regina: sarebbe logica, opportuna e meritoria l’idea di “un fondo di patient capital, a lungo termine e ad impatto sociale, capace di canalizzare investimenti nella produzione di cultura, un Impact Fund attorno al quale mobilitare energie economiche e una forte missione collettiva”. È giusto adesso, nella bolla d’incertezza e di silenzio in cui siamo scivolati, che occorre mettere in campo energie, idee, soluzioni, proiettate nel futuro che, prima o poi, verrà: proteggere il “welfare sociale, che aiuta a tenere in piedi la nostra comunità (nidi, assistenza domiciliare agli anziani, cooperazione solidale ecc.)” è importante quanto l’attenzione a quel “welfare culturale che è linfa vitale per tutti — per le nuove generazioni in particolare — e che produce ricchezza civile ed economica assieme”. E l’urgenza primaria resta una: immettere liquidità per chi produce ricchezza, che sia economica o intellettuale. “Serve anche nella sfera della cultura”, conclude Melandri, “una linea di credito straordinario a tasso zero, con garanzia totale da parte dello Stato, perché non si lasci indietro nessuno e si preservino il patrimonio, la creatività italiana e l’occupazione culturale”. Cita l’ultimo intervento di Mario Draghi sul Financial TimesCarlo Fuortes, Sovrintendente del Teatro dell’Opera di Roma: l’ex Presidente della BCE dice chiaramente che “una profonda recessione è inevitabile. La sfida è come agire con sufficiente forza e rapidità affinché non si trasformi in una prolungata depressione”. L’allarme c’è e non può essere dissimulato. Per Fuortes, però, “la debolezza del sistema culturale nei confronti del sistema creditizio è purtroppo una certezza. Deriva innanzitutto dal carattere non profit del settore, cioè dal fatto di produrre beni e servizi il cui valore è solo parzialmente monetizzato nel prezzo di vendita”. Il valore di un investimento culturale non è quantificabile in termini esattamente e strettamente economici. È un valore immenso, ad ampissimo spettro, con ricadute lunghe e lente, spesso non monetizzabili. Ecco dunque che “purtroppo la proposta di Battista, pur validissima nell’intenzione, rischia di rimanere lettera morta proprio per questi motivi. Senza profitti è impossibile trovare capitali di rischio o utilizzare strumenti finanziari dell’economia di mercato”. Partire dalla specificità del settore è perciò fondamentale. Perché, conclude il Sovrintendente, “non pensare alla possibilità che ciascuna istituzione culturale pubblica o privata possa emettere delle Obbligazioni Culturali? Un «Art & Culture Bond», che preveda nell’arco temporale di scadenza, diciamo 3 o 5 anni, la restituzione del capitale sotto forma di biglietti o abbonamenti offerti dall’istituzione stessa”. Ancora una volta è nell’impegno collettivo, con la garanzia forte dello Stato, che si cerca di fronteggiare l’attuale mancanza di liquidi e di progetti cantierabili. Il richiamo alla responsabilità – che dovrebbe presupporre, nei cittadini, una reale consapevolezza del problema – è prioritario. Ciascuno dovrebbe essere messo nelle condizioni “di contribuire alla sopravvivenza del mondo culturale e di garantire per il futuro nostro e dei nostri figli quella ricchezza e diversità artistica che l’epidemia in corso rischia di cancellare”. Voce critica e autorevole quella di Paolo Baratta, ex Presidente della Biennale di Venezia, che ancora sul Corriere interviene con una riflessione, soffermandosi sì sul carattere emergenziale delle questione culturale, in piena pandemia, ma evidenziando anche le insidie di eventuali provvedimenti che non mantengano un livello alto di “trasparenza“: le forme di tutela individuate “non dovranno rappresentare escamotage di occultamento di debito pubblico“, avverte. E precisa: “Tale sarebbe una raccolta di risparmio separata dagli ordinari titoli di Stato con titoli di settore (che si tratti di Bond o di titoli di altra natura non importa, anche se evocare Fondi di investimento par addirittura ipotizzare alienazioni più che sicure gestioni) che si reggano di fatto sulla garanzia dello Stato e quindi su una spesa pubblica solo rinviata. Strumenti di questo tipo furono usati ampiamente nel nostro passato, ad esempio per far opere pubbliche, si ricordino ad esempio le autostrade. Cessarono ovviamente con il nostro ingresso nel mercato unico. Erano giustamente ritenute una forma occulta di indebitamento pubblico, di alterazione nel rapporto tra rischi e responsabilità tra privato e pubblico nonché di mascheramento delle responsabilità politiche, proprio quello che è alla base della nostra discesa a Paese eccessivamente indebitato“. Attenzione quindi ai rischi, alla perdita di lucidità, alle scorciatoie utili solo a chi governa e alla conseguenze che potremmo pagare, in un futuro prossimo, agendo in maniera non accorta. L’unione europea, anche in tal senso – tra spirito solidale, valori condivisi e regole omogenee – non può che rappresentare un orizzonte necessario. “In ogni caso“, conclude Baratta, “identificate le risorse, occorrerà poi assicurare una nuova capacità di intervento, ma questo si deve fare agendo sui soggetti che non di finanza si occupano ma di gestioni: appalti, concessioni, ecc. ecc. (…) Questo chiese la Banca Mondiale all’Italia quando, dichiaratasi pronta a sostegni finanziari nel Dopoguerra, non chiese il rispetto di micragnose clausole finanziarie, ma organismi capaci di attuare progetti e programmi con straordinaria qualità amministrativa, questo sì“.
Il Teatro dell’Opera di Roma

L’APPELLO DA SOTTOSCRIVERE

L’ultimo feedback arriva il 31 marzo, ancora da Federculture, che lancia una sottoscrizione pubblica: “Occorre sin da ora fare fronte alle immediate difficoltà finanziare delle imprese culturali, non solo per garantirne la sopravvivenza, ma anche per permettere loro in futuro di tornare a produrre cultura (…). Nel nostro ordinamento esistono già strumenti ed enti che possono rendere subito operativo uno strumento che garantisca liquidità finanziaria a tutte le imprese della cultura che rischiano oggi il fallimento.Per questo Federculture rivolge un appello a Governo e Parlamento affinché si dia attuazione immediata alla costituzione del Fondo Nazionale per la Cultura e chiede il sostegno di tutte le altre associazioni, delle aziende, degli operatori e di chiunque sia consapevole che è sulla cultura che si deve investire per creare le basi della ricostruzione dopo la crisi”. L’imponente crisi mondiale, generata dalle radicali misure di contrasto al Covid-19, è già, tragicamente, un capitolo di storia economica, politica e culturale del XXI secolo. Ovunque, tra il Vecchio e il Nuovo Continente, si ragiona sulle soluzioni da adottare a protezione delle piccole e medie imprese, dei mega gruppi industriali, del settore dei servizi e anche di quello culturale: gli Stati approntano misure necessarie, spesso insufficienti, mentre le proteste avanzano, tra istituzioni pubbliche nel baratro, privati allo stremo e lavoratori senza prospettiva. Lo spazio azzerato della socialità e del contatto, dello scambio umano e del transito collettivo, trova momentanee strategie di sopravvivenza nel suo doppio immateriale, quello del web, della Rete, del digitale. Che dovremmo, una volta fuori da questo buco nero, continuare a sviluppare, migliorare, rafforzare, imparando una nuova maniera di fare formazione e informazione, di concepire l’accesso ai luoghi dell’arte, di gestire la comunicazione. Strategie feconde di crescita e adattamento. Ma il ritorno ai corpi, alle opere, all’insostituibile potenza dello spazio pubblico, sarà una faccenda prioritaria. E prima che ci sia il deserto, su cui tentare la disperata fioritura di germogli troppo gracili, lo sforzo dovrà essere d’ingegno intellettuale e di nutrimento finanziario: misure emergenziali, meccanismi di cooperazione, soluzioni d’investimento a lungo termine e una grande spinta progettuale. Seminare oggi, nel tempo dell’incertezza e della sospensione, per non trovarsi domani al cospetto di una distesa brulla di macerie. By Helga Marsala – artribune.com

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