Attualità, Cultura

Fondo Cultura: necessario o superfluo? L’opinione dell’economista

IN QUESTI GIORNI SI PARLA MOLTO DELLA NECESSITÀ DI UN FONDO CULTURA, MA SE LA SOLUZIONE FOSSE UNA SERIE DI AZIONI CONCRETE E POLITICHE PER ISTITUZIONI E PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI? LE RIFLESSIONI DI STEFANO MONTI.

In questi giorni si è affermata, all’interno del dibattito specialistico, la necessità di dover sostenere, attraverso un fondo specifico, “il Fondo Cultura”, il rilancio del settore culturale che, come altri settori, è stato fortemente colpito dall’emergenza COVID-19.
Un’idea che, parafrasando le opinioni che Conte ha espresso rispetto al MES, si associa a uno strumento inadeguato, nato con vecchie logiche, che in questo momento non servono assolutamente a nulla. Partiamo dall’inizio.
A lanciare l’idea è stata un’autorevole firma del Corriere della SeraPierluigi Battista, che, oltre ad avere il merito di aver messo il tema al centro del dibattito pubblico, ha anche il merito della modestia quando afferma, senza mezzi termini, che di tale fondo è necessario che economisti ed esperti debbano studiare la fattibilità pratica.
Nessuna polemica, dunque, nei riguardi di Battista, che ha fatto bene il suo lavoro, innescando il dibattito. Un po’ di amarezza viene invece quando protagonisti della Cultura italiana, probabilmente ammaliati dalla facilità del messaggio “Fondo per la Cultura”, hanno cavalcato l’onda lanciandosi in “battaglie” per far sì che un tale fondo si costituisse.
La verità è che la cultura non ha bisogno di ulteriori Fondi. La cultura ha bisogno di politiche. Ha bisogno di attivare una serie di strumenti immediatamente applicabili, che potrebbero portare alla rinascita e al consolidamento di un settore che, se da un lato riveste una notevole importanza per la nostra economia domestica, dall’altro è caratterizzato da difficoltà strutturali, sulle quali, mai come in questo momento, bisognerebbe agire.
Agire con concretezza, con azioni applicabili in modo molto rapido, senza andare a inficiare in modo significativo i conti pubblici già in difficoltà, e senza dover chiedere ai cittadini e imprese di sostenere la cultura.
La costituzione di un Fondo, così come è stato pensato dai nostri autorevoli rappresentanti pseudopolitici della cultura, è un’azione iniqua, che non fa altro che andare a incrementare, nel medio periodo, la condizione di “necessità” perenne del mondo culturale. Perché, sia chiaro, dare oggi semplicemente soldi alla cultura non ne migliorerebbe le condizioni, anzi. Aumenterebbe semplicemente la necessità di capitali domani.
Come gruppo, agiamo su logiche private, in vari settori economici, tra i quali il mondo culturale. Naturale quindi la nostra ritrosia a entrare in un dibattito che invece riguarda soprattutto strumenti che coinvolgono in modo specifico il settore pubblico.
A fronte di tale ritrosia, tuttavia, la necessità di poter fornire degli stimoli concreti al dibattito, in modo da far convergere l’attenzione verso qualcosa di più concreto rispetto alla questua istituzionalizzata che pare affermarsi in questi giorni, ci ha spinti a indicare alcune potenziali azioni di politica industriale per il comparto culturale, che riportiamo di seguito.

I PUNTI PER RILANCIARE LA CULTURA

Punto primo: incrementare la dotazione finanziaria degli enti pubblici per le concessioni di musei a società private di gestione di servizi.
La maggior parte dei nostri musei pubblici è di natura non statale. A gestirli, quindi, sono gli enti territoriali, che cercano di farlo con non poche difficoltà. Incrementare le dotazioni finanziarie di questi comuni al fine che questi possano indire gare per la concessione dei servizi di questi musei potrebbe aiutare non solo la visibilità delle nostre aree culturali non statali, ma incrementare anche il livello di capitalizzazione di piccole e medie imprese di gestione di servizi, fornendo loro le basi per poter crescere nel medio periodo.
Punto secondo: obbligo di sistemi di e-ticketing in tutti i musei (statali e non statali).
Una recente ricerca condotta da Osservatori Digitali ha indicato che solo una minoranza dei musei dispone di un sistema automatico di bigliettazione e di un sistema automatico di CRM. Questa condizione è inaccettabile. Come si possono fare politiche di promozione se non si conoscono i visitatori? Come si vuol fare quel famoso audience engagement di cui in molti parlano senza avere strumenti adeguati? È necessario dunque aggiornare il nostro sistema museale (statale e non statale) per far sì che si possano attuare azioni di valorizzazione mirate.
Punto terzo: modifica dei criteri di aggiudicazione con nuove formule “economiche“.
Nelle recenti gare, soprattutto nelle gare CONSIP, si è affermato il criterio di selezione dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Tale criterio è però un criterio generalista, che potrebbe essere migliorato e adeguato al settore museale e culturale. Oggi, questo criterio, così come è adottato, limita la capacità del privato di “investire” nel museo, così come limita la possibilità da parte del privato di creare servizi ad alto potenziale.
Punto quarto: indirizzo univoco sulle tipologie di impiego che vogliamo dare agli operatori culturali.
Diciamolo apertamente, il precariato culturale è in larga parte dettato dall’assenza di una visione unitaria del sistema. Si stabilisca, dunque, una linea definita che si intende seguire e perseguire e si agisca di conseguenza.
Punto quinto: semplificare le modalità di assegnazione di lavori “sotto-soglia” e incrementare i controlli di legalità.
Questa è una questione annosa e riguarda il trade off tra risparmio di spesa pubblica e pericolo di illegalità nelle assegnazioni. Il rischio di concussione è però minore nel settore culturale, che, a parte alcune eccezioni, non produce redditi tali da attirare grandi o piccole organizzazioni criminali. Riduciamo quindi per il settore culturale “le strette” e aumentiamo i controlli di legalità. Facciamoli a tappeto. Ogni vincitore accetta una verifica approfondita sulla propria azienda.
Punto sesto: creare capitali vincolati per le Amministrazioni.
Non è un segreto che le Pubbliche Amministrazioni, soprattutto i piccoli comuni, si trovino a risparmiare per l’intero mandato su cultura ed eventi, salvo poi ritrovarsi con “soldi da spendere” al termine, improvvisando quindi feste, sagre, iniziative dal basso valore culturale. Facciamo in modo che le Amministrazioni abbiano dei capitali vincolati, che possono essere impiegati soltanto per attività culturali. In questo modo possiamo anche favorire l’adozione di criteri di programmazione su tutto il territorio nazionale.
Punto settimo: favorire l’ingresso in quote di capitale in tutte le SME sottocapitalizzate da parte di investitori.
Crediti d’imposta o altre azioni specifiche per favorire il mercato finanziario e il settore imprenditoriale internazionale nell’acquisire quote, investendo capitali, nelle micro, piccole e medie imprese italiane. Si badi bene, investitori e non fondi hedge, che obbligano le imprese a crescere oltre il loro potenziale.
Punto ottavo: assegnare criteri di premialità dei fondi esistenti su base percentuale degli incrementi.
Questo significa puntare sulle piccole organizzazioni, a discapito probabilmente delle grandi. È vero. Ma è altrettanto vero che è lecito attendersi dalle grandi organizzazioni di essere più autosufficienti delle piccole. Premiare su base nominale significa denaturare il settore, facendo crescere le organizzazioni al di là delle proprie potenzialità economico e finanziarie.
Punto nono: creare partnership pubblico-private per la gestione delle aree culturali.
Il project financing è una materia che piace a chi si occupa di grandi investimenti, ma che spaventa (anche per mancanza di competenze) chi invece si occupa di piccole aree culturali. Incrementiamo i progetti di cooperazione pubblico privata. Favoriamo la diffusione di questo strumento.
Punto decimo: creazione di società private a capitale pubblico che abbiano lo scopo di partecipare, in partnership a SME territoriali, alle opportunità di finanziamento dell’Unione Europea.
La maggior parte delle imprese culturali non partecipa a selezioni comunitarie semplicemente perché è troppo piccola per farlo. Facciamo in modo che siano dunque imprese a controllo pubblico a partecipare, in partnership con piccole realtà locali. Le Amministrazioni che già dispongono di partecipate non hanno bisogno di costituirne nuove.
Punto undicesimo: favorire il mercato culturale creando detrazioni totali per chi investe in cultura.
Le politiche fiscali legate alla cultura sono costellate di piccole e grandi aberrazioni. Uniformiamo le politiche fiscali all’interno di una grande riforma che renda omogeneo il settore e favoriamo la spesa in cultura abilitando la decurtazione totale dei costi investiti in cultura. Certo, minori entrate per l’erario, probabilmente, nel breve periodo, ma grande crescita potenziale del settore economico.
Punto dodicesimo: fornire maggiore autonomia anche gestionale ai musei autonomi.
I musei autonomi sono una figura mitologica dalle autonomie differenziate. Che la loro trasformazione sia definitiva. Lasciamo che i direttori vengano affiancati da esperti, e forniamo loro l’autonomia anche sul personale. Il più bravo allenatore potrà poco in una squadra che non gli assomiglia. Il più grande generale vincerà poco con un esercito di disertori.

AGIRE QUI E ORA

Questi sono solo alcuni spunti su cui è possibile ragionare, qui e ora, sul rilancio del settore culturale. Probabilmente non hanno la stessa portata “comunicativa” del Fondo per la Cultura, ma hanno sicuramente basi più solide e applicabilità più concreta.
Cerchiamo di trovare il modo di rilanciare la cultura in modo definitivo. Non procrastiniamo ancora una volta l’emergenza, cerchiamo di emancipare questo settore, a cui l’Italia deve molto, dalla discrezionalità, dalla necessità di capitali pubblici, da aiuti e clientelismi.
Perché è meglio uno Stato cliente che uno Stato clientelare.

By Stefano Monti – artribune.com

Rispondi