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Gli artisti fanno divertire: è bufera sulle parole di Giuseppe Conte

Durante la presentazione del Decreto Rilancio, Giuseppe Conte chiama in causa gli artisti «che ci fanno divertire» e si accende la polemica. A dimostrazione di una situazione sempre più tesa

Giuseppe Conte

«Gli artisti ci fanno tanto divertire a appassionano». Letta così, estrapolata da qualunque contesto, in questa frase sembra esserci poco o nulla di male, in fondo qualcuno può sostenere che divertimento e passione sono due sensazioni negative, oppure da rigettare? Ma pronunciate da Giuseppe Conte, durante il suo consueto late night show a Palazzo Chigi, per di più ai solenni piedi di Leone Magno e di Attila dipinti da Raffaello – la riproduzione, visto che l’originale è alle Stanze Vaticane – hanno alzato un polverone.

Conte le ha pronunciate con candore, senza dargli troppo peso, visto che l’argomento all’ordine del giorno non riguardava tanto l’essenza dell’arte quanto le misure dal maxi Decreto Rilancio, una manovra che metterà in campo 155 miliardi per far ripartire l’economia italiana. Di questi, 5 miliardi saranno destinati a turismo e cultura, secondo modalità di cui abbiamo scritto più nel dettaglio in questo articolo.

Ma si tratta solo di candore? Di una scelta estemporanea poco indovinata? Se avesse detto che gli artisti fanno non solo divertire e appassionare ma anche riflettere, sarebbe stato meglio? Forse sì, magari sarebbe sembrata una riduzione un po’ meno semplicistica. Nondimeno, qualche indagatore degli altri stati di coscienza avrebbe potuto risentirsi, sentendosi poco rappresentato.

«Gaber, Jannacci, Faletti. Tre signori che ci hanno fatto anche divertire. E molto ma c’era tanto di più. Una frase così volgare l’avrebbero seppellita sotto a un altro sorriso», è il commento di Enrico Ruggeri, cantautore e conduttore di programmi come Mistero e X Factor. «Sono anni che facciamo una certa fatica a spiegare che gli artisti sono prima di tutto dei lavoratori, e non gente che “ci fa tanto divertire”. E che la cultura non è solo divertimento, ma molto molto di più. A quanto pare la strada per affermare questi principi è ancora lunga», scrive su Facebook Matteo Orfini, ex presidente del PD, il partito del Netflix della cultura. Per Vittorio Sgarbi, sindaco, sottosegretario, assessore ed europarlamentare, critico d’arte, curatore di mostre in provincia di Siracusa e del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, editorialista e opinionista nei salotti della tv, «L’espressione di ieri sera del Presidente del Consiglio sugli artisti “che ci fanno tanto divertire” è una offesa profonda e irrispettosa per una categoria che più di ogni altra sta subendo gli effetti di una politica scellerata di un governo servo di lobbies di potere». Insomma, per inghiottire Conte si sono spalancate le porte dell’inferno.

Ma il nocciolo della questione non sono tanto le parole scelte dal Presidente del Consiglio, che riproducono in piccolo solo l’ennesimo nodo dell’ingarbugliato dibattito tra arte e intrattenimento. Il problema, infatti, sembra riguardare più le modalità attraverso le quali, in Italia, l’arte e, in generale, la conoscenza, vengono percepite dal pubblico e considerate dalle istituzioni. Siamo in un Paese schizofrenico, che non vede l’ora di mettersi in fila per vedere la mostra di Raffaello, degli Impressionisti e di Banksy, ma che non riesce ad ammettere che una persona possa lavorare svolgendo la professione di artista, come ha raccontato Adelaide Cioni in questa intervista.

Una discriminante essenziale che, dall’ambito astratto della rappresentazione e della riconoscibilità, diventa tangibile nel momento in cui si va a parlare di contratti, contributi, tutele, cioè la parte “dura” di qualunque lavoro, anche di chi opera principalmente con il pensiero e le idee. Un vulnus che, fino a ora, era più o meno nascosto tra premi, bandi, sovvenzioni e varie, piccole “soddisfazioni” ma che l’emergenza Covid-19 ha lasciato allo scoperto, rendendo tutti piuttosto sensibili all’argomento.

Nell’ampio settore della cultura serpeggia un clima di preoccupazione sempre più asfissiante e iniziano a svilupparsi i primi tentativi di organizzazione, come il manifesto di Italian Art Wokers. Insomma, serve un rimedio profondo, radicato più che radicale e serve subito.

By redazione – exibart.com

 

 

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