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Paesaggi, pittura, astrazione. La mostra di Gerhard Richter a Vienna

IL KUNSTFORUM DI VIENNA METTE IN MOSTRA UNA SERIE DI OPERE CHIAVE PER LA CONOSCENZA APPROFONDITA DI UNO DEI MASSIMI ARTISTI VIVENTI, CON L’INASPETTATA PROPENSIONE A “DIPINGERE LA PITTURA”. PAESAGGI MA NON SOLO. E COME RICHTER EBBE A DIRE ANNI FA, “I QUADRI ASTRATTI MOSTRANO LA MIA REALTÀ, I PAESAGGI MOSTRANO IL MIO DESIDERIO”.

Gerhard Richter. Landschaft. Exhibition view at Kunstforum, Vienna 2020. Photo © Hannes Böck
C’è una presenza invisibile, inquietante, e dal famigerato nome in codice, a intralciare l’auspicata accoglienza internazionale di una esposizione su cui il Kunstforum di Vienna ha lavorato per anni al fine di mandarla in porto. È – probabilmente – la più grande selezione dedicata al “paesaggio” del quotatissimo pittore tedesco Gerhard Richter, artista molto acclamato a quelle aste che fanno sensazione tra Londra e New York. C’è chi ha calcolato che tra le cento opere più costose di artisti viventi, battute negli ultimi cinque anni, ben trentaquattro sono sue. Si parla di cifre stratosferiche non certo alla portata dei musei, neppure i più prestigiosi, ma accessibili esclusivamente a una cerchia di collezionisti privilegiati. Questo la dice lunga sull’impegno profuso dalla istituzione viennese alla cui direzione c’è l’attivissima Ingried Brugger. La mostra Gerhard Richter: Landschaft, curata da Hubertus Butin e Lisa Ortner-Kreil, è una selezione di circa 140 opere, soprattutto dipinti – ma anche foto, grafiche e libri d’artista – tratti dalla sua vasta ed eterogenea produzione, e provenienti da una cinquantina di fonti internazionali.
Gerhard Richter, Venedig, 1986 © Gerhard Richter 2020

LA STORIA DI GERHARD RICHTER

Richter, nato a Dresda nel 1932, vive la sua adolescenza nel clima tetro della Seconda Guerra Mondiale, con la sua città letteralmente rasa al suolo dai bombardamenti. Affronta la formazione artistica iscrivendosi nel 1951 all’Università di belle arti, e diplomandosi nel 1956 in un’atmosfera di realismo socialista. Tre anni dopo, nella sua visita alla documenta 2 di Kassel, si trova a contatto diretto con l’Espressionismo astratto e l’arte informale, rimanendone colpito. Poi, in una Germania ormai politicamente scissa in due Stati, nel 1961 riesce a fuggire dalla sua città stabilendosi a Düsseldorf, dove continua gli studi nella locale Accademia d’arte. Negli Anni Ottanta si trasferisce a Colonia, dove vive tuttora. Risalgono al 1963 i primi paesaggi in cui sceglie di dipingere soggetti da vecchie foto e che pertanto vengono detti “di seconda mano”. Da allora in poi, quasi nessun altro tema ha coinvolto l’interesse artistico di Richter per tale soggetto, spingendolo, nel corso della sua carriera, verso nuove invenzioni pittoriche. E con ciò portando all’estremo la consapevolezza che il “suo” paesaggio non debba essere affatto l’oggettiva percezione del campo visivo, ma una realtà “menzognera”, mediata da personali modalità creative e linguistiche.
Gerhard Richter, Wolke, 1976. Photo Robert Bayer © Gerhard Richter 2020

LA PITTURA SECONDO RICHTER

L’esposizione viennese veicola non solo o non tanto visioni originali o fittizie, ma anche strategie della rappresentazione, sperimentazioni estetiche con effetti stranianti, elaborazioni guidate istintivamente dalla “mano”, portando il “genere” a offrirsi come meta-pittura; detto con le parole dell’artista, lui intende dipingere “immagini da immagini”. Se poi il suo è un fare che tecnicamente si dà per stratificazioni e manipolazioni, c’è anche un aldilà oltre il colore e le forme. Un quid, che progressivamente agisce in maniera destrutturante nel rapporto convenzionale con la realtà naturale. È così nelle tracce residue del rapporto tra passato e presente (Snowscape/Blurred, 1966; Townscape PL, 1970), o nel grado di offuscamento delle linee e dei contorni (Large Teyde-Landscape with Two Figures, 1971), o nel focalizzare l’effimero (Cloud, 1976), o in certi ribaltamenti speculari (Seascape/Sea-Sea, 1970), o con pennellate apparentemente casuali sopra scorci di luoghi o paesaggi (Park, 1990). Tutto questo basta di certo per dare l’impressione ineliminabile dell’incertezza tra vero e falso. Il fascino della pittura di Richter sta nel trovarla intrappolata in questa insuperabile ambiguità. Così, ad esempio, sul concetto che si possa raggiungere la verità in generale, ma non nei particolari, lui ne mostra pittoricamente una vasta gamma interpretativa.
Gerhard Richter. Landschaft. Exhibition view at Kunstforum, Vienna 2020. Photo © Alistair Fuller

CASPAR DAVID FRIEDRICH COME MODELLO?

Negli scorci naturalistici più somiglianti al vero, c’è – come spesso si è detto a proposito di molti suoi dipinti di spicco, come Ice, del 1981 – un legame con Caspar David Friedrich, paesaggista romantico per eccellenza; ma si può anche dissentire. Il primo a farlo pare proprio Richter in quanto sensibilmente lontano dagli ideali di quel movimento storico. Vero è che riguardo a certe immagini “romanticheggianti”, lui ricorre – non senza astuzia – alla metafora delle “uova di cuculo”, volendo dire di essersi servito di taluni elementi ma con intenti del tutto personali. Ed è esattamente questo il perno della mostra! Perché nelle cinque sezioni del percorso, motivate da differenti tematiche o da divergenze della figurazione, l’intera raccolta ha una sua unità di fondo nel concepire le varie modalità della pittura di paesaggio come campo di tensioni, gioco tra realtà e astrazione, interazione con inserti fotografici (come talvolta il ricorso al collage), negando, per l’appunto, che tale genere sia l’immedesimazione mimetica con qualcosa di già dato in natura.

RICHTER E L’ASTRAZIONE

In definitiva, in tutte le declinazioni figurali, ci si presenta una pittura dell’inganno, per così dire: ovvero un fare che adombra una realtà, anche grazie a titoli referenziali, e poi, più che mostrarsi, l’“oggetto” si nasconde, si offusca. Una strategia dialettica che a Richter riesce anche nella pura astrazione. Quest’ultimo, un filone pittorico totalmente differente dove l’artista stratifica i colori e poi raschia la tela mediante l’uso di grandi spatole, riportando in superficie, sotto forma di minuscoli tratti e sfumature, le stesure sottostanti: un gioco di abilità tra profondità e superficie di cui l’artista accetta perfino l’esito di una componente casuale. Giustamente i curatori hanno dato grande respiro al dipinto astratto Sankt Gallen (1989), di smisurata dimensione, che si profila come limpido paradigma di questa sua calcolata tecnica informale. Così che questa linea pittorica pare essere lo stadio maturo, e quanto mai coerente, di una grande carriera artistica e intellettuale. Richter, oggi ottantottenne, ha appena annunciato l’addio alla pittura. Qualcuno a lui vicino ha però puntualizzato che, con tutta probabilità, il maestro si riferiva alla pittura di grandi dimensioni. By Franco Veremondi – artribune.com

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