Cultura, personaggio

A tu per tu con Marcel Duchamp. Il libro di Calvin Tomkins

RESO UN’ICONA INTOCCABILE DALLA CRITICA, MARCEL DUCHAMP RICONQUISTA LA SUA DIMENSIONE UMANA E DI ARTISTA LEGATO AL PROPRIO TEMPO NELLE “INTERVISTE POMERIDIANE” DI CALVIN TOMKINS.

Fontaine, Marcel Duchamp, 1917 – 1964 Courtesy Centre Pompidou
Nella ponderosa bibliografia su Duchamp hanno un posto di rilievo le interviste, poiché rappresentano la fonte diretta e più attendibile rispetto a una complessa, spesso eccessivamente arbitraria, interpretazione delle opere di un artista diventato paradigma dell’arte concettuale e classico esempio di critica radicale alla rappresentazione. Il sottotitolo Le interviste pomeridiane fa già assaporare la leggerezza e la semplicità delle chiacchierate tra Calvin Tomkins e Marcel Duchamp, l’artista più controverso ed enigmatico del secolo scorso. A metà degli Anni Sessanta, Duchamp è pronto a inanellare con saggezza la vicenda umana e quella artistica. Per smontare il suo mito svia la prosopopea con una divertita esposizione di un metodo basato sulla presa di distanza da ogni sistematizzazione che finirebbe per sbiadire la vivacità delle opere. Le opere di Duchamp sono rare ed essenziali, sempre sperimentali e non certo pensate per la ribalta che poi conquistarono, tanto meno eseguite per diventare dei veri e propri paradigmi, dal momento che sono il frutto di un lavoro segreto, intimo. Ciò basterebbe a gettare un velo d’ironia sulla selva di commenti e cervellotiche interpretazioni che hanno reso Marcel Duchamp un maestro indiscutibile, una sorta di figura simbolica talvolta usata come pretesto, talaltra come legittimazione o, nella peggiore delle ipotesi, come giustificazione.

LE OPINIONI DI MARCHEL DUCHAMP

Il libro, uscito nel 2013 quando la selva critica è oramai cresciuta a dismisura, testimonia l’amicizia tra l’artista e il suo intervistatore e restituisce un clima che permette all’uno di snocciolare il remoto in un sincero racconto del presente, all’altro di incalzare senza riserve l’interlocutore. Duchamp ricorda i dissapori con la compagine cubista che segna l’inizio della sua sperimentazione e come, lambendo distrattamente il Dadaismo, si sia divertito con i surrealisti ad allestire mostre e a definire una modalità installativa già presente nel primo lavoro segnatamente post-pittorico: il Grande Vetro. Questo meccanismo enigmatico, su cui è stato detto di tutto e di più, occupava una buona porzione dello studio di Katherine Dreier, come se fosse un setto trasparente tra due ambiti. Quella finestra restò crepata dopo l’incidente del 1926 più per pigrizia che per altro; dopo tutto, Mariée mis a nu dans célibataires meme venne realizzata con pigra dedizione (due ore al giorno) dal 1915 al 1923. Tempi lunghi, quindi, che non sono solo quelli prediletti da Duchamp ma anche quelli che, come rileva Marco Senaldi nella postfazione, separano la scomparsa dell’artista dalla pubblicazione di questo libro e Marcel Duchamp denuncia proprio la mancanza di lentezza nell’attività dei giovani artisti americani degli Anni Sessanta. Produrre in maniera concitata numerose opere per il mercato è per lui inammissibile almeno quanto la professione dell’artista integrata nei ruoli sociali.

DUCHAMP, WARHOL E JOHN CAGE

Certo nel 1964 era impensabile il fatturato di 67, 4 miliardi di dollari del mercato dell’arte riportato lo scorso anno dall’Art Market Report, che fa dell’arte contemporanea un sistema finanziario a tutti gli effetti. Eppure, nonostante la dichiarata antipatia per qualsivoglia rapporto tra arte e denaro, Duchamp prova un certo interesse verso la Pop Art e parla con curiosità di Warhol anche se, in realtà, resta più vicino a Rauschenberg. Ricorda poi come John Cage abbia ritenuto fondamentale la componente della casualità nella musica proprio in linea con la concezione che usò per comporre Errant Musical, una partitura musicale del 1913, un lavoro che, a suo dire, andrebbe messo in relazione con il ready made. Il ready made, prima di trasformarsi nel feticcio postmoderno che oggi conosciamo, sarebbe infatti frutto dell’elusione di ogni controllo razionale dell’agire, anche quando questo controllo sembra sfociare in un elaborato scientifico, come i Rotorelief. Negando ogni rapporto con i futuristi, Duchamp racconta come la riflessione sul movimento meccanico nel 1912 fu cruciale per il distanziamento dalla stasi del Cubismo, una riflessione che portò alla sperimentazione negli Anni Venti dei dischi rotanti ai quali diede, come d’altronde fece per tutte le opere di sua produzione, un significato di pseudo-arte e di pseudo-scienza.

DUCHAMP PSEUDO-ARTISTA

Duchamp, infatti, nel corso dell’intervista si dichiara implicitamente uno pseudo-artista, un fuori legge che da “scienziato dell’arte” (Senaldi) s’è guadagnato il titolo di “Satrapo” tra i patafisici. Una scienza che spinse Duchamp a intendere la quarta dimensione come il frutto dell’abbraccio con le cose più che il risultato di un processo ottico cognitivo, un’esperienza tattile più che temporale. In questo libro snello e scorrevole non si deve cercare però l’ennesima chiave per risolvere gli enigmi duchampiani, ma piuttosto si dovrebbe a cuor leggero raccogliere il consiglio, rivolto principalmente agli artisti, di non prendersi troppo sul serio.  —- By Marcello Carriero – artribune.com ———

Calvin Tomkins ‒ Marcel Duchamp. Le interviste pomeridiane Postmedia Books, Milano 2020 Pagg. 110, € 14,90 ISBN 9788874902682 www.postmediabooks.it


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