Attualità

Opere d’arte nella nuova Metropolitana 4 di Milano. Il bando è un pasticcio

UNA LUNGA STORIA DI ACCORDI ISTITUZIONALI, CANTIERI, RITARDI, STANZIAMENTI ECONOMICI, PER GIUNGERE OGGI – COSÌ PARE – ALL’ULTIMO TRATTO DI STRADA. LA NUOVA METRO4 DI MILANO È QUASI PRONTA. E ADESSO VOGLIONO METTERCI ANCHE L’ARTE (DI CUI, IN NESSUNA FASE DEL VENTENNALE ITER PROGETTUALE, S’ERANO RICORDATI). IL BANDO C’È, MA LASCIA MOLTO A DESIDERARE.

La stazione Porta Venezia di Milano nella versione Pride by Netflix, 2018
Pretendere che la nuova arteria di un’importante rete metropolitana, in una città europea con flussi internazionali di capitali e di persone, preveda già in fase progettuale un’integrazione coerente tra infrastrutture e interventi artistici, probabilmente è troppo. In Italia quantomeno, dove ciò che dovrebbe essere scontato, in fatto di spazio pubblico e in pieno XXI Secolo, appare ancora superfluo, confuso, sottostimato. Ma che si cerchi di intervenire a posteriori, provando ad “abbellire” le novelle stazioni con opere selezionate a casaccio, in assenza di risorse, di professionalità adeguate e di una cabina di regia degna di questo nome, è cosa tanto irritante, quanto reiterata. Persino in quella fiammeggiante e inarrestabile Milano, che in fatto di progettazione urbana, arte contemporanea, innovazione, rapidità dei cantieri, si distingue rispetto agli standard italiani, nel felice incastro tra buona amministrazione e investimenti privati.

DOPO VENT’ANNI, ARRIVA LA NUOVA METRO MENEGHINA

Metropolitana di Napoli: stazione Toledo, progettata dall’architetto spagnolo Óscar Tusquets, vincitrice di diversi premi e riconoscimenti internazionali
La famigerata Metro4, quella che con una lunga linea blu collegherà la città da est a sud-ovest, attesa da vent’anni – i primi mattoncini risalgono al 2001, con una delibera del Cipe nell’abito della nota Legge Obiettivo, e poi nel 2003 con un accordo quadro tra Governo nazionale e Regione Lombardia: da lì una lunga serie di misure e decreti – accoglierà un flusso stimato di 86 milioni di passeggeri l’anno, a partire dalla primavera del 2021, con la prima tratta Linate-Forlanini, e via via fino al 2023. I lavori furono inaugurati a luglio 2012, con l’ipotesi di arrivare a chiudere i cantieri in tempo per Expo, a maggio 2015. Traguardo (troppo ottimistico) bucato, negli anni mettendo sul tavolo un bel po’ di risorse supplementari. Il costo previsto è pari, attualmente, a 1.943.822.072,92 euro netti, con 1.086.726.509 euro provenienti dallo Stato e 398.239.369 euro dalle casse comunali. In sostanza, circa 128 milioni a Km.

ARTE4, UN BANDO PER M4 A MILANO

Ed ecco che oggi, a una manciata di mesi dalla prevista inaugurazione del primo frammento, M4 S.p.a., società concessionaria del Comune di Milano per il progetto, la realizzazione e la gestione della nuova linea, si preoccupa – giustamente – di ripensare il volto delle fermate in chiave creativa (anche perché dal punto di vista architettonico sono parecchio deludenti). Una pratica diffusa, ormai radicata, mossa dalle migliori intenzioni, ma spesso ridotta a mera decorazione, ad abbellimento, a intrattenimento episodico e trend dilettantesco. Storica ed esemplare l’esperienza nella metropolitana di Napoli, nei lontani Anni ’90, con l’allora Presidente di Regione Antonio Bassolino che sfoderò doti di precursore e visionario, tra l’originalità della proposta e il livello alto, se non altissimo, delle installazioni. Milano si cimenta, dunque, ma lo fa nel modo più sciatto. Non solo rinunciando a un sistema integrato e condiviso, fra architetti, ingegneri, curatori e artisti – idealmente da riunire in origine intorno a un tavolo, per concepire una rete di stazioni innovativa, anche dal punto di vista estetico – ma mettendoci pure una toppa che rischia di essere peggio del buco. Esce un bando, sul sito della Società, in forma di “manifestazione d’interesse”, rivolto a “privati cittadini, imprese, fondazioni, enti e istituzioni pubbliche, accademie, università”. Arte4, questo il nome dell’iniziativa, intende disseminare lungo la struttura ferroviaria una serie di opere d’arte, permanenti o temporanee, per la valorizzazione degli spazi interni, dunque banchine, zone di transito, piazzuole, scale: un modo per “migliorare il territorio cittadino considerando tale anche quello sotterraneo”, e per offrire all’utenza aree comuni non solo “funzionali” ma anche “confortevoli e attrattive”.

CRITICITÀ E SUPERFICIALITÀ

Metropolitana di Milano
Budget per questa ambiziosa operazione? Nullo. L’avviso pubblico precisa che “gli interventi selezionati dovranno essere a totale carico dei proponenti, che dovranno dunque essere autosufficienti in termini economici, di eventuali sponsor, di fattibilità, di realizzazione, nonché di sostenibilità ambientale”. Due miliardi di euro in vent’anni, e a pochi mesi dal via si scrive neanche un vero e proprio bando, bensì un avviso raffazzonato che in quattro righe demanda a soggetti esterni l’intero carico dell’operazione: nel quadro generale di un progetto faraonico, quale la costruzione di una rete metropolitana, era così difficile trovare un piccolo gruzzolo per sostenere la produzione di opere site specific, con un briciolo di fee per i professionisti coinvolti? Il messaggio è sempre lo stesso: l’arte come hobby o pratica superflua, per la quale è sufficiente offrire spazi e occasioni pagando in visibilità. E sempre sul filo della stessa superficialità e improvvisazione, il documento niente lascia intendere rispetto ai criteri di selezione, all’impostazione progettuale (ammesso che esista), ai contorni estetici, teorici, eventualmente tematici, all’approccio e alla visione complessivi. Cosa si sta cercando e perché? È sufficiente l’idea di un’arte spalmata – a caso – tra luoghi di transito, per renderli più piacevoli e attrattivi? Decorazione, per l’appunto. Arredamento. Dimenticando quel cotè politico, fondamentale, e quel riverbero concettuale, narrativo, simbolico, di racconto e di memoria, che l’arte pubblica sempre mantiene o dovrebbe mantenere.

NESSUN PROFESSIONISTA COINVOLTO

Infine, chi sceglierà? Al momento nessun nome di curatore, architetto, designer, artista, critico d’arte. Nessun cenno alla natura della commissione o giuria che dovrà occuparsi di vagliare le proposte. Quale autorevolezza e quale credibilità, per una call istituzionale che – mirando a riprogettare il volto di importanti stazioni, in una grande capitale europea – dimentica di coinvolgere adeguate, specifiche figure professionali? Eppure, in un Paese che sul piano dell’arte pubblica e del restyling urbanistico rimane clamorosamente indietro, Milano ha certo segnato punti d’eccellenza, basti pensare al programma d’arte pubblica ArtLine, che sta trasformando in un museo all’aperto il nuovo parco di CityLife. In questi termini, dunque, resterebbe un’occasione perduta. Il che non implica l’assenza, tra le proposte che verranno, di progetti accettabili, in grado di auto sostenersi e di convincere i selezionatori. Ma il rischio sarà la disomogeneità. Una stazione potrà essere ben congegnata, coerente, con nomi importanti; quella successiva improvvisata, ingenua, con artisti non professionisti e tutt’altro che meritevoli di stare in un luogo pubblico ad altissima frequentazione. Resta insomma la malinconia per i metodi, la prassi, l’attitudine di fondo, e per la svalutazione di un campo complesso e delicato, per certi versi controverso, portatore di senso e di valore: l’arte che abita gli spazi comuni è materia di riflessione critica profonda e di impegno serissimo da parte di chi governa i territori. Un concetto che non passa. Mentre i cittadini, nell’esperienza comune della visione, della narrazione e dell’attraversamento, si abituano alla mediocrità, in molti casi alla bruttezza e al vuoto di significato: linee incrociate fra estetica e politica, appunto. Altro che arredamento. Ma il tempo di ripensarci, volendo, c’è… By Helga Marsala – artribune.com

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