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Morto Kim Tschang-Yeul, l’artista delle gocce iperrealistiche

IL PITTORE SUDCOREANO, GRAZIE A EFFETTI OTTICI TRIDIMENSIONALI, AVEVA ASSOTTIGLIATO IL CONFINE TRA ARTE FIGURATIVA E ASTRATTA: COSÌ I SUOI QUADRI SONO DIVENTATI SPIRITUALI
“L’atto di dipingere le gocce d’acqua dissolve ogni cosa al loro interno, fa tornare tutto a una trasparente ‘nullità’: io riverso ogni rabbia, paura, ansia nella ‘nullità’, scoprendo la pace e la soddisfazione”. Con queste parole il pittore Kim Tschang-Yeul, scomparso all’età di 91 anni, ha spiegato durante una sua esposizione nel 2019 perché avesse dedicato la maggior parte della sua vita a ritrarle. Pioniere dell’arte astratta sudcoreana, Kim aveva studiato il suo soggetto d’elezione al punto da creare delle vere e proprie illusioni ottiche. Ma non era mai stata la tecnica, bensì una spiritualità di origine buddista e taoista a far sì che lui non rappresentasse quasi nient’altro: “mentre alcuni cercano di ampliare il proprio ego, io aspiro alla sua estinzione e cerco il modo migliore per esprimerlo”.

VITA E ARTE DI KIM TSCHANG-YEU

Un’opera di Kim Tschang Yeul
Kim Tschang-Yeu, nato nell’odierna Corea del Nord sotto il dominio giapponese, si era presto trasferito a Seul, dove aveva studiato arte fino all’esplosione della Guerra di Corea nel 1953. Negli anni Cinquanta aveva creato l’Associazione degli Artisti Moderni e si era unito al movimento artistico Informel: la fama è arrivata quasi subito. Presente alla Biennale di Parigi del ’61 e quella di San Paolo del ’65, Kim ha presentato la sua prima personale a Seul all’età di 34 anni. Volato negli Stati Uniti per continuare la sua formazione, era entrato in contatto con i grandi della Pop Art, e studiato l’espressionismo astratto con una borsa di studio a New York. “Quando sono arrivato a New York”, ha detto in un’intervista, “tutto quello che vedevo era Pop Art. Johns, Rauschenberg, Warhol: non mi piaceva molto, anche se con il senno di poi mi ha influenzato. Il materialismo della società americana, penetrato nell’arte, mi metteva a disagio”.

L’INCONTRO CON LA GOCCIA

È proprio in questi anni, anche per cercare un’alternativa al materialismo, che Kim aveva cominciato a ossessionarsi con il tema della goccia. Mentre era ancora a New York aveva iniziato una serie di opere, molte delle quali semplicemente chiamate Composizioni, che rappresentavano piccole forme isolate su sfondi monocromatici. All’inizio erano batteri, amebe: a detta dello stesso Kim, erano “ritratti di intestini”. Ma è stato con la sua prima vera goccia, in Événement de la nuit, che ha fatto il botto. Una minuscola bolla d’acqua, perfetta e reale come la cornice che la conteneva, era appoggiata su uno sfondo nero. Un quadro nato quasi per caso: “contento di un lavoro, avevo lanciato delle goccioline sul retro di una tela con le mani: ho notato che stavano là, ferme, e luccicavano. Erano straordinarie, ho pensato: devo fare questo”. Era il 1970. Le gocce, di colpo, erano ovunque. Piccole, grandi, singole, a centinaia. Il soggetto aveva un ruolo terapeutico per Kim, soprattutto per i traumi sperimentati nei primi anni della guerra coreana. “I dipinti con le gocce d’acqua curano ogni memoria, ogni rimpianto”. La sua fame cresceva in Asia e in Europa, con personali prima e retrospettive poi, mentre cadevano su di lui premi da ogni parte: la Legione d’onore francese per le arti, l’Ordine nazionale sudcoreano per i meriti culturali, il museo dedicato a lui sull’isola di Jeju a cui aveva donato 220 delle sue opere. La sua ultima casa. By Giulia Giaume – artribune.com

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