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Arte e contraddizione. Cinque artisti contemporanei alla GAM di Torino

FLAVIO FAVELLI, LUCA BERTOLO, DIEGO PERRONE, FRANCESCO BAROCCO E RICCARDO BARUZZI SI INCONTRANO ALLA GAM DI TORINO. PER UNA MOSTRA CHE SI ISPIRA AL PRINCIPIO DI CONTRADDIZIONE.

Diego Perrone, Senza titolo, 2016, vetro, 60×80×20 cm. Courtesy l’artista & Massimo De Carlo
Flavio Favelli. Photo Perottino
Il titolo sembra quello di un trattato filosofico quattrocentesco e, in effetti, ne conserva il retaggio formale rinnovandone il contenuto. Sul principio di contraddizione, mostra a cura della conservatrice del Dipartimento Collezione Permanente della GAM Elena Volpato, indaga il rapporto d’antinomia intrinseco nelle opere di artisti contemporanei del calibro di Flavio Favelli, Luca Bertolo, Diego Perrone, Francesco Barocco e Riccardo Baruzzi. Non si scorge un tema, né un linguaggio che possa unire puntualmente i cinque artisti; piuttosto, è la presenza di uno spazio di possibilità all’interno delle opere, composte da almeno due elementi non pienamente conciliabili tra loro e legate da un “vincolo di ambiguità”, che le concentra in un volontario rapporto di contraddizione. Come ci ha spiegato la curatrice: “Questa mostra intende essere un esercizio di equilibrio sulla soglia della possibilità e dell’impossibilità di dare espressione a ciò che ci trascende e di trovare un varco proprio nell’opposizione dei contrari. Parlando di contraddizione è venuto naturale punteggiare il percorso espositivo attraverso il ritmo del due. Talvolta si tratta di veri e propri dittici, come ‘Serie imperiale’ di Favelli o ‘I can’t hear you’ di Baruzzi, ma per lo più sono coppie di opere che si andavano cercando l’un l’altra, in alcuni casi persino a dispetto dei tentativi di provare a scardinare il riemergere dello schema binario. Due sono le tele di Luca Bertolo che accolgono il visitatore nello spazio, due le sculture di vetro di Perrone, le tele azzurre di Baruzzi, le torri ‘Military Decò’ di Favelli e così via. La contraddizione vuole il due. L’immagine della soglia lo esige”.

OPERE E AMBIGUITÀ

Riccardo Baruzzi. Photo Perottino
Due nature apparentemente opposte che si sostengono attraendosi nel nucleo del singolo, senza mai sovrapporsi in una immagine leggibile e senza mai fondersi in un’univoca esauribile asserzione di verità. Del resto, la stessa etimologia della parola “ambiguo” – dal latino ambiguus – suggerisce una natura doppia, enigmatica e opaca: l’umanità ciclicamente propone un nuovo senso dell’individuo nella contraddittorietà dei suoi pensieri, introducendo inediti equilibri tra la componente materiale esteriore e retorica (descriptio) e il motivo interiore e spirituale (suspensio). Questi equilibri – perle discese una dietro l’altra nel filo dell’analisi del sé, epoca dopo epoca – si esauriscono nel raggiungimento della consapevolezza, “pensiero che ci proietta all’indietro nel tempo, verso i dualismi originari propri di ogni cultura, e in avanti, verso le nuove rappresentazioni del mondo che più progrediscono e più si scoprono antiche”.

GLI ARTISTI IN MOSTRA A TORINO

Luca Bertolo. Photo Perottino
Se i passaggi possono apparire astrusi per iscritto – se “ogni nuovo sorgere è un separare” nella mente del lettore –, ciò si risolve naturalmente e pacificamente nello sguardo che assorbe le armonie delle singole opere e dell’esposizione in generale: lo dimostrano, come in una dissertazione sentimentale tangibile, gli specchi di veraci detti di Favelli, i cui simboli pubblicitari in apparenza palesi divengono steli di geroglifici da decifrare per rileggere avvenimenti storici controversi; le vere icone di Bertolo, eclettici stratificati sudari di spray; i volumi vuoti e sgranati del vetro di Perrone, che sparpagliano negli occhi le misure di ampiezza e di peso, liquefacendo la materia scolpita; la grafite su gesso di Barocco, che sublima – un vero e proprio procedimento chimico che trasforma il solido in gassoso senza soluzione di continuità – le presenze imbastite e il loro filosofare; i contorni sovrapposti delle tele di Baruzzi, accavallati tra disegno digitale e magistrale pittura decorativa dalle profonde radici popolari – menzione d’onore al più giovane tra gli artisti esposti: i suoi Magi sono il riassunto di tutte le rappresentazioni del topos del sacro incontro; le sue sagome raffiguranti vita e morte, stagliate su un fondale blu lapislazzulo, seguono linee di sintesi inequivocabili tratte dall’intera storia dell’arte, campionate quasi matematicamente ma con nobile sensibilità e perciò sommari perfetti dell’iconografia occidentale. Credo di aver cercato quel potere che le opere hanno di creare campi di forza tra di loro, come se un’immagine dovesse risorgere in più punti, in filigrana nello spazio. L’immagine della soglia per eccellenza che si trova con poche variazioni in ogni cultura: le rocce delle Spimplegadi che scivolano sul mare azzurro e si chiudono a rendere pericoloso il passaggio di chiunque tenti di andare oltre. Cozzano persino, una contro l’altra, come vuole la legge della contraddizione, ma l’apertura sottile e fuggevole che offrono è quella dello spazio impossibile: l’impenetrabile assoluto. C’è un dettaglio in quell’antica immagine che non posso rinunciare a ricordare. L’incanto di quello spazio incorniciato dagli scogli, diviso in due tra cielo e mare, riverbera un colore che è l’unione degli opposti. Quelle rocce attraverso cui dovevano passare gli Argonauti erano chiamate le Blu. Il colore dell’oscurità in Grecia. Un blu luminoso, smaltato. Per ottenerlo – dice Platone – andavano mescolati gli opposti: il nero e il bianco, ma andava aggiunto anche il ‘lucente’. Dimenticando e ricordando quel colore metafisico, fatto di buio e luce insieme, la mostra accoglie nei suoi spazi iniziali un persistente riverbero di blu: nel lontano punto di fuga della Veronica di Bertolo che si raggiunge attraversando le spire vibrate d’azzurro del drago che Perrone ha steso a terra, passando tra due opere di Baruzzi di un azzurro abissale, che si fronteggiano a destra e a sinistra dello spazio”.

IL CATALOGO DELLA MOSTRA ALLA GAM

Diego Perrone. Photo Perottino
Un ultimo appunto. Il catalogo omonimo della mostra, pubblicato da Viaindustriae (Foligno), è uno dei cataloghi d’arte contemporanea meglio scritti degli ultimi anni; il testo rappresenta un esempio virtuoso di critica attenta, competente e culturalmente ricca, traboccante di riferimenti preziosi non solo per l’interpretazione dell’allestimento specifico, ma anche per uno studio complessivo dell’arte contemporanea e dei tempi e dei luoghi che abita generalmente. By Federica Maria Giallombardo – artribune.com

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