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I dimenticati dell’arte. Antonio Gherardi

SECONDA PUNTATA DELLA RUBRICA DEDICATA AI “DIMENTICATI” DELL’ARTE. STAVOLTA TOCCA AD ANTONIO GHERARDI, AUTORE DI INTERVENTI BAROCCHI CHE NON HANNO NULLA DA INVIDIARE A BERNINI E BORROMINI.

Gli esperti di arte barocca lo conoscono come pittore, allievo di Pietro da Cortona e Pier Francesco Mola, ma al di là degli affreschi nella volta della chiesa di Santa Maria in Trivio e alcune pale d’altare eseguite a Gubbio e a Rieti, forse il talento più sorprendente di Antonio Tatoti, artista reatino meglio noto come Antonio Gherardi (Rieti, 1638 ‒ Roma, 1702) è l’architettura. Intima, segreta e nascosta, ma davvero particolare, soprattutto per un uso quasi cinematografico della luce naturale. Niente facciate scenografiche, né chiese monumentali: in un secolo dominato da giganti come Bernini e Borromini, Gherardi si dedica agli spazi più intimi e privati delle cappelle gentilizie. Ne crea due in altrettante chiese romane, una più straordinaria dell’altra, guardando sia alla finta prospettiva di Palazzo Spada, realizzata da Borromini nel 1653, sia alla cappella della Sindone nel Duomo di Torino, capolavoro di Guarino Guarini (1690).

LA CAPPELLA AVILA

Antonio Gherardi, Ritratto di fanciulla. Courtesy Gabriele Gogna
Ed è Guarini il principale ispiratore della prima prova di Gherardi in qualità di architetto, quando nel 1678 accetta di ristrutturare la cappella di famiglia di Pietro Paolo Avila, nella chiesa di Santa Maria in Trastevere, che era stata acquistata nel 1584 da Girolamo Avila. L’ambiente spoglio, di forma rettangolare, conteneva le tombe di alcuni membri della famiglia, originaria della Spagna, e Pietro Paolo, nipote di Girolamo, decide di rinnovarla secondo il gusto barocco, e affida l’incarico al Gherardi, già noto a Roma come pittore, che era affittuario a palazzo Avila, affacciato su via di Monte Giordano. Il risultato è una sorta di “teatrino sacro”, anticipato da una piccola galleria prospettica, che ingigantisce la tela con San Girolamo, eseguita dallo stesso artista nel 1680. Ma la vera invenzione della Cappella Avila è la cupoletta al centro della volta, con quattro angeli che portano in volo una lanterna composta da colonnine di stucco sulle quali posa un secondo cupolino, che reca al centro la colomba dello Spirito Santo. L’effetto luminoso creato dal contrasto tra la penombra della cappella e la luce naturale proveniente dall’esterno è quasi mistico, tanto che Paolo Portoghesi ha parlato di “luce come fattore costruttivo dell’immagine”.

CAPPELLA DI SANTA CECILIA A SAN CARLO AI CATINARI

Antonio Gherardi, Santa Maria in Trivio, Roma, soffitto. Photo Lalupa CC BY SA 3.0
Un espediente simile viene utilizzato dal Gherardi nella Cappella di Santa Cecilia a San Carlo ai Catinari, eseguita nel 1695, dove la pala d’altare, dipinta dall’artista nel 1691, è inserita in un tripudio di stucchi, che si conclude con una doppia cupola: una balaustra ovale con quattro angeli in stucco che inquadra un soffitto con Cecilia che sale al cielo al cospetto dello Spirito Santo. Anche qui, come nella Cappella Avila, la luce naturale si trasforma in luce divina, con un sofisticato gioco di piani sovrapposti. Come scrive Ileana Tozzi, si tratta di “uno spazio progettato secondo una visione unitaria dal forte impatto scenografico”, da un artista perfettamente consapevole delle ricerche che collegano trompe-l’œil e architettura religiosa. Un vero anticipatore il Gherardi, che, secondo Claudio Strinati, “visse con coinvolto convincimento il dibattito inerente ai fini e al significato delle arti che attraversa tutta la seconda metà del Seicento ma lo visse in senso creativo e non tanto in senso teoretico”. Per approfondire l’arte di Antonio Gherardi il testo fondamentale è Lydia Saracca Colonnelli (a cura di) Antonio Gherardi. Un genio bizzarro nella Roma del Seicento, Artemide, Roma 2003. By Ludovico Pratesi – artribune.com

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