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I dimenticati dell’arte. Fernando Melani

DOPO LILIANA MARESCA, ANTONIO GHERARDI E BRIANNA CARAFA, L’INVITO ALLA RISCOPERTA DI INTELLETTUALI E ARTISTI DIMENTICATI GIUNGE A FERNANDO MELANI, ALLA SUA PISTOIA E AL SODALIZIO CON LUCIANO FABRO, CHE LO PORTO FINO ALLA DOCUMENTA DEL 1972.

Uno stilita che da una colonna giudica il mondo senza muoversi”. Così Luciano Fabro aveva definito Fernando Melani (1907-1985), uno degli artisti più rigorosi ed eccentrici di tutta l’arte italiana del XX secolo.

LA VITA RECLUSA DI FERNANDO MELANI

La sua “colonna” è la città di Pistoia, dove Melani si trasferisce a soli sette anni con i genitori Pietro e Giovanna, entrambi di origini borghesi, in una casa a corso Gramsci. Qui Fernando abiterà per tutta la vita, spostandosi pochissimo: la sua abitazione è un covo, una tana ma soprattutto un laboratorio per “il primo artista-scienziato del dopoguerra e l’ultimo del millennio”. Da giovane svolge attività diverse finché nel 1945 decide di dedicarsi interamente all’arte, che concepisce come un’attività a tutto tondo , senza limiti né barriere, frutto dell’energia e della tensione tra l’artista e il mondo. Un lavoro incessante, che lo porta ad accumulare nella sua dimora un’incredibile quantità di materiali, allestiti nello spazio come un’unica grande installazione, giocata sul dialogo tra dipinti, sculture, assemblaggi, mobili e scritti.
Fernando Melani – Bandiera (anni Sessanta)

L’ARTE COME SCANSIONE DEL TEMPO

Per Melani l’arte dev’essere rigorosamente astratta, come teorizza nel testo teorico Davanti alla pittura, scritto nel 1953. Un’attitudine eclettica che ha suggerito a Lara-Vinca Masini un paragone tra Fernando Melani e Joseph Beuys, grazie “ad una caratteristica che li avvicina e li fa, entrambi, apostoli di una rinnovata concezione dell’arte. È il tema della forza insita nella materia, dell’energia intesa inizialmente come caos”, scrive nel 1989. Timido, solitario ed eccentrico, Melani per quarant’anni indossa sempre una tuta blu da operaio (ma confezionata da un sarto di Pistoia) e una sciarpa gialla, quasi una divisa sacerdotale. Non possiede una cucina in casa, perché mangia una volta al giorno alla trattoria Autotreni: la casa non può essere contaminata da necessità alimentari perché è un luogo consacrato al lavoro, dove nessuna necessità pratica deve interrompere la concentrazione di giornate scandite da un’organizzazione rigida e invariabile. “L’arte è per Melani il veicolo-griglia attraverso cui far passar ogni informazione della reale consistenza del mondo”, ha scritto Bruno Corà, curatore della più importante mostra retrospettiva dedicata all’artista, tenutasi nel 1990 al Palazzo Fabroni di Pistoia.

IL SODALIZIO TRA LUCIANO FABRO E FERNANDO MELANI

Negli Anni Sessanta Luciano Fabro rimane colpito dal rigore di questo eremita pistoiese: i due si incontrano per la prima volta il 6 aprile 1967 alla galleria Numero di Milano, dove Melani inaugura una personale curata da Carla Lonzi, che presenta a Fernando il giovane Luciano. Scocca la scintilla di un’amicizia che durerà più di dieci anni, tra visite reciproche, scambi di opere e mostre in comune, tra le quali spicca addirittura la Documenta V nel 1972, alla quale Melani partecipa con sei opere, senza però recarsi mai a Kassel, a differenza di Fabro. Il sodalizio artistico si conclude nel 1980, in occasione della mostra collettiva nella galleria Vera Biondi a Firenze, che riunisce le opere di Luciano Fabro, Fernando Melani e Renato Ranaldi. “Fabro e Melani avevano soggezione uno dell’altro. Luciano dell’aplomb di Fernando, e Fernando della capacità politica di Fabro”, racconta Ranaldi. By Ludovico Pratesi – artribune.com

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