Attualità, biennale

Il grande ritorno della Biennale del Whitney Museum a New York

PORTA I SEGNI DELLA PANDEMIA L’OTTANTESIMA EDIZIONE DELLA BIENNALE TARGATA WHITNEY MUSEUM. OSPITANDO LE RIFLESSIONI DEGLI ARTISTI SULLA COMPLESSA ATTUALITÀ AMERICANA E NON SOLO

Whitney Biennial 2022. Quiet as It’s Kept. Denyse Thomasos. Exhibition view at Whitney Museum of American Art, New York 2022. Photo Ron Amstutz
Inizialmente prevista per il 2021 e poi rimandata a quest’anno, l’ottantesima edizione della Biennale del Whitney Museum di New York offre una panoramica sulla produzione artistica di uno dei momenti più concitati della recente storia americana e ne evidenzia tutti i chiaroscuri. La mostra, in corso fino al 5 settembre, raccoglie i lavori di 63 artisti ed è curata da David Breslin e Adrienne Edwards, entrambi interni al museo, i quali, già nella scelta del titolo Quiet as it’s Kept, sembrano voler perseguire una poetica della contrapposizione. Si tratta di un modo di dire per raccomandare di non diffondere una notizia. Ma se è una mostra a custodire un segreto, quella mostra non può che muoversi sulla linea di confine (quell’opposizione e contemporanea sovrapposizione) tra spazio privato e spazio pubblico che la pandemia ha messo sotto gli occhi di tutti. Il titolo sembra raccontare l’intervallo di silenzio causato dalla pandemia ma anche la futilità della ricerca di segretezza o privacy nel contesto mediatico in cui viviamo. In quell’interludio si è creato anche uno spazio mentale e culturale di apertura, come rappresentato dal simbolo che i curatori hanno voluto accompagnare al titolo, quelle due parentesi invertite, )(, prese a prestito da una poesia di N. H. Pritchard inclusa nell’esposizione. Nell’intervallo che si è creato, l’arte americana sembra essere diventata più seria, non necessariamente sobria (può l’arte americana contemporanea essere sobria?), ma più concentrata sull’introspezione rispetto a quanto visto nella caotica edizione 2019.
Whitney Biennial 2022. Quiet as It’s Kept. Da sx a dx, Sable Elyse Smith, Woody De Othello, Emily Barker. Exhibition view at Whitney Museum of American Art, New York 2022. Photo Ron Amstutz

GLI ARTISTI IN MOSTRA A NEW YORK

C’è un’evidente polarità raccontata nel percorso espositivo che si articola principalmente intorno a due livelli del museo, in contrasto l’uno con l’altro: il sesto piano è un labirinto oscuro dove il visitatore si ritrova incanalato, se non intrappolato, tra stanze dedicate a opere video, installazioni immersive e grandi tele astratte. Lo spazio sembra evocare la privazione, dei sensi, dell’interazione col mondo, con gli altri e con lo spazio esterno, che tutti abbiamo vissuto negli ultimi due anni. In contrasto, il quinto piano del museo è uno spazio luminoso e aperto, uno spazio di esplorazione e scoperta, in cui ognuno può costruire il proprio percorso o non avere affatto un percorso. A connettere i diversi livelli, un’opera longitudinale di Rodney McMillian, installata nel pozzo delle scale, da una parte sembra unire in una tensione verticale le energie contrastanti dei due piani, dall’altra, nell’impossibilità di essere vista per intero, rinforza lo straniamento sensoriale. Tra le molte opere video installate fra le pareti nere del sesto piano, alcune evocano in modo diretto i traumi degli ultimi due anni. Come il lavoro di Coco FuscoYour Eyes Will Be an Empty Word (2021), un video racconto in cui l’artista raggiunge in barca Hart Island, la piccola isola del Bronx utilizzata come fossa comune durante il picco di contagi a New York. O come l’opera di Alfredo Jaar06.01.2020 18.39 (2022), che racconta il momento in cui i manifestanti riunitisi a Washington per protestare contro l’uccisione di George Floyd da parte della polizia furono dispersi con l’uso della forza e di gas lacrimogeni per consentire al presidente Trump di posare per una fotografia con la bibbia davanti a una Chiesa. Il video è accompagnato da rumori e getti d’aria che trasportano lo spettatore in quel momento di concitazione e brutalità. Altre opere attingono dalla storia americana per ricordarci che alcune ferite non sono nuove, come Ruby Nell Sales (2020-22), un video ritratto in cui Adam Pendleton racconta la storia dell’attivista per i diritti civili Ruby Sales, scampata a un proiettile a lei diretto che uccise invece l’amico che le fece scudo con il suo corpo. C’è storia anche nell’installazione che occupa una delle estremità del sesto piano, una riproduzione della stanza in cui lo scrittore Steve Cannon e la sua cerchia fondarono il giornale e l’associazione culturale A Gathering of the Tribes.

TEMI E SPAZI DELLA BIENNALE DEL WHITNEY MUSEUM

Negli spazi ariosi del quinto piano, eleganti soluzioni di allestimento incoraggiano un’esperienza di visita libera e liberatoria, rinunciando ai muri come superfici espositive, in favore di leggere strutture in legno bianco che diventano piccole mostre a sé stanti. Qui trovano spazio le belle fotografie in bianco e nero di Pao Houa Her che catturano la memoria collettiva della comunità Hmong del Laos, in un contesto post-coloniale dove l’identità si ridefinisce, sfumando i contorni del reale con l’immaginazione. In netto contrasto, sono le dense e coloratissime composizioni fumettistiche di Ralph Lemon che si articolano in cinque variazioni alternate nel corso della mostra. Proseguendo verso l’estremità del quinto piano si incontrano installazioni in grande scala che introducono un elemento ludico e ironico in una mostra altrimenti molto seria, pur suscitando questioni esistenziali, come fa il pupazzo di Eric Wesley che riproduce un giocattolo utilizzato per insegnare la scienza ai bambini, usato qui dall’artista per evocare questioni di libero arbitrio. Come sempre, la mostra si estende anche agli spazi esterni dell’edificio progettato da Renzo Piano. Sui terrazzi trovano spazio tre sculture di uomini solitari di Charles Ray e un palmeto in plastica di Alia Farid. A separare l’interno dall’esterno, il luogo della rivelazione dei segreti dalla piazza pubblica, sono le lineari vetrate che connettono il museo alla sua città. Su una di queste, c’è un dipinto di Adam Gordon che ritrae un divano vuoto su cui pende una sfera a specchi da discoteca. Intorno, le vetrate affacciano sugli edifici di un quartiere che ha ospitato fabbriche e discoteche gay, creando con la tela un gioco ottico che riporta lo spettatore in quella confusione sensoriale da cui il percorso espositivo è iniziato e in quello spazio che è privato e pubblico al tempo stesso e in cui quello che non si può dire è sotto gli occhi di tutti.
  • By Maurita Cardone – artribune.com

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