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National Museum e Kistefos Museet. Due musei da visitare in Norvegia

SE LA DESTINAZIONE DELLE VOSTRE VACANZE È LA NORVEGIA, METTETE IN AGENDA UNA VISITA AL NUOVO NATIONAL MUSEUM OF ART, ARCHITECTURE AND DESIGN DI OSLO E, POCO PIÙ A NORD, AL KISTEFOS MUSEET DI JEVNAKER

La sala Munch del National Museum Of Norway. Photo Iwan Baan
La Norvegia sta attraversando un momento di particolare dinamismo culturale, che ha visto il suo apice lo scorso 11 giugno, con l’inaugurazione ufficiale del National Museum of Art, Architecture and Design di Oslo, il più grande dell’Europa Settentrionale. Poco più a nord, nei pressi della cittadina di Jevnaker, il Kistefos Museet combina la bellezza del paesaggio naturale norvegese con l’arte contemporanea: alle mostre temporanee si affianca la collezione permanente di sculture ambientali.
Una veduta del Kistefos Museet, Jevnaker. Courtesy Visit Innlandet

IL NUOVO GRANDE MUSEO DI OSLO

L’inaugurazione del più grande museo cittadino, ospitato in un edificio progettato da Klaus Schuwerk, rappresenta un momento cardine per il futuro sviluppo culturale di Oslo e della Norvegia; come spiega la direttrice Karin Hindsbo, il National Museum of Art, Architecture and Design è stato concepito per durare generazioni, per essere l’ideale punto di riferimento culturale sia per i norvegesi, che possono conoscere e capire le loro radici e lo sviluppo che hanno conosciuto nei secoli, sia per i visitatori stranieri alla scoperta dell’identità locale. La collezione comprende circa 6500 opere che spaziano fra arte, design e architettura, distribuite lungo un arco di tempo dall’antichità all’epoca contemporanea; il tratto interessante è che la collezione antica è contestualizzata nell’ambito delle relazioni che la Norvegia ha avuto con i popoli europei e orientali, come i Greci, i Romani, gli Egizi, gli Arabi, per cui l’arte norvegese delle origini dialoga con sculture greche e romane, arazzi e miniature arabi. Fra i pezzi unici dell’antichità norvegese, l’Arazzo Baldishol, tessuto circa mille anni fa nella contea di Innlandet. Scorrendo le sale, dopo le seicentesche nature morte di scuola locale, ci s’imbatte nella meravigliosa malinconia di Edvard Munch, del quale il museo custodisce il celebre Urlo; non meno suggestivo il Neo-romanticismo di Harold Sohlberg.  C’è spazio anche per la moda d’epoca, con una selezione di abiti indossati dalla regina Maud e dalla regina Sonja. L’itinerario museale si chiude con il XX secolo, con gli arazzi di Hannah Ryggen, le xilografie di John Savio e alcune installazioni di taglio monumentale come Inner Room V di Per Inge Bjørlo, o The Garbage Man di Ilya Kabakov. La collezione è esposta in 86 sale ampie e ben illuminate, e valorizzata da un allestimento sobrio e funzionale, che utilizza anche grandi vetrine con speciali condizioni termiche interne, realizzate dalla ditta italiana Goppion. Il museo rappresenta un investimento di ampio respiro da parte del Ministero della Cultura norvegese, e si inserisce all’interno del piano pluriennale per lo sviluppo turistico e culturale della città di Oslo, già avviato alcuni anni fa con l’apertura dell’Astrup Fearnley Museum, la costruzione del nuovo Teatro dell’Opera e la riqualificazione dell’ex porto industriale.
Edvard Munch, L’urlo, 1893. National Museum, Oslo. Photo National Museum _ Børre Høstland

LE MOSTRE TEMPORANEE NEL NUOVO MUSEO DI OSLO

Il museo è comunque anche una finestra sulle nuove tendenze della creatività, per questo il terzo piano ospita la Light Hall, dove esporre i giovani artisti norvegesi. Fino all’11 settembre prossimo è visitabile I Call It Art, grande collettiva con 147 creativi che si cimentano con temi di stretta attualità come identità, appartenenza, nazionalità e democrazia. Una mostra pensata per stimolare il dibattito sull’inclusione e l’esclusione dall’arte e dalla società. Inoltre, fino al giugno 2023, il museo ospita The Pillars, la mostra incentrata su artisti ormai assurti a grande fama, ma che all’inizio della carriera furono pionieri nell’affrontare almeno alcune delle tematiche di I Call It Art: fra questi, Georgia O’Keeffe e Simone Leigh. Un ideale dialogo fra vecchie e nuove generazioni su questioni e problematiche non ancora risolte, ma su cui l’arte non ha mai smesso di riflettere.

IL KISTEFOS MUSEET

Circondato dai boschi della contea di Viken, a poca distanza dalla cittadina di Jevnaker, il Kistefos Museet è un laboratorio che coniuga arte e natura. Il parco delle sculture del museo si arricchisce di una nuova opera, la cinquantesima della collezione: Variants, opera multidisciplinare di Pierre Huyghe (Parigi, 1962) e il suo più grande lavoro site specific a oggi realizzato. L’artista dà vita a un’entità, a un microcosmo fisico e digitale, permeabile, in cui il reale si fonde con il virtuale. Uno schermo che sorge all’estremità di un’isoletta (regolarmente allagata in inverno, e quindi soggetta a naturali variazioni stagionali) ne proietta la scansione in 3D, e attraverso una serie di sensori registra i cambiamenti che hanno luogo nell’ambiente naturale e vi aggiunge quelli creati da una serie di algoritmi. Si assiste quindi a una sovrapposizione di ambienti all’apparenza uguali, in realtà differenti nella sostanza, metafora delle potenzialità dell’impatto dell’uomo sull’ambiente, ma anche dei disastri che questo può creare.
Paulina Olowska, Esther Krumbachová in her office, 2021. Nancy A. Nasher and David J. Haemisegger Collection

LA FEMMINILITÀ ANCESTRALE SECONDO PAULINA OLOWSKA

Her Hauntology, visitabile fino al 16 ottobre prossimo, è una mostra che affronta l’ossessione per la sostanza del proprio essere, in questo caso femminile. Attraverso trenta dipinti in prestito da musei e collezioni private, fra cui la Christen Sveaas Art Collection, la pittrice, fotografa e performer Paulina Olowska (Danzica, 1976) indaga la condizione femminile contemporanea contestualizzandola nel folklore e nella tradizione medievale, che vedevano la donna come un’entità capace di evocare e controllare dimensioni parallele. Nei dipinti di Olowska alchimia femminile, sguardi ambigui, figure eleganti avvolte in morbidi tessuti si uniscono alla conoscenza della natura, a richiami estetici del socialismo reale e del capitalismo consumistico, alla moda e al folklore. Questo inusuale mélange estetico e concettuale dà vita a una visione romantica dell’arte come portatrice di utopie positive, fra cui la fiducia nel potere delle donne di cambiare il mondo.
  • By Niccolò Lucarelli – artribune.com

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