Attualità, Cultura

A Roma tre artisti sfidano il mondo digitale al Maxxi

ABBIAMO DAVVERO BISOGNO DI “ANTICORPI DIGITALI”? SEMBRA ESSERE QUESTA LA DOMANDA CHE RISUONA FRA LE OPERE DI DANILO CORREALE, IRENE FENARA E INVERNOMUTO IN MOSTRA AL MAXXI

Nella sala Gian Ferrari del MAXXI di Roma la curatrice Ilaria Bonacossa (insieme alla curatrice Eleonora Farina) ha utilizzato lo spazio per mettere in dialogo tre pratiche artistiche virtualmente complementari. Per il primo esperimento di connessione tra il futuro Museo Nazionale di Arte Digitale, di cui Bonacossa è la direttrice, e il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, le opere di Danilo Correale (Napoli, 1982), Irene Fenara (Bologna, 1990) e Invernomuto (dal 2003, Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi) sono state scelte in quanto necessari antidoti per affrontare quella che è stata descritta come l’“inesorabile dittatura della tecnologia”, mentre “anticorpi” è il termine preso in prestito dal linguaggio delle scienze naturali e della medicina per dare un titolo a questo appuntamento.

LE OPERE DI DANILO CORREALE

Tutelarsi da ciò che può essere un potenziale pericolo – morale e fisico – significa definire limiti, regole e interdizioni, ma per affrontare i rischi del digitale è necessaria un’inedita capacità di distinguere tra azioni sane e azioni tossiche. In Digital Antibodies Correale ricorre alla qualità astratta e analitica di dati e statistiche per estrapolare dal flusso delle informazioni quei concetti che pretendono di essere le chiavi indispensabili per la decifrazione della realtà e per la misurazione dello stato psicofisico umano. Trasformate in gesti pittorici grazie alla collaborazione tra AI e artista, le opere della serie a Spectacular miscalculation of global asymmetry (2019) si trovano ad abitare gli uffici asettici e disabitati di una multinazionale ormai popolata solo dalla presenza di schermi in modalità screensaver.

IRENE FENARA E INVERNOMUTO AL MAXXI

Due smart watch indossati dalla guardiania del museo costringono il pubblico a interagire in modo inusualmente intimo con chi è preposto al controllo dei corpi, per poter guardare le dieci clip di 2 minuti ciascuna che costituiscono Struggle for Life (2016) di Irene Fenara. La serie di video, integrata nella ricerca di Fenara sui sistemi di sorveglianza, restituisce lo sguardo di una videocamera utilizzata per monitorare un allevamento intensivo e hackerata a distanza in modo che possa, seppur brevemente, “alzare la testa” verso il cielo. La convinzione secondo cui la scienza e la tecnologia siano determinanti per stabilire una linea di confine tra la modernità e l’ancestrale sta attraversando un momento di crisi, per lasciare il posto a una inaspettata interpretazione spirituale della virtualità e alla possibilità di “digitalizzare” le mitologie. Il totem su cui è proiettato Vers l’Europa deserta, Terra Incognita (2017) di Invernomuto riproduce in scala monumentale le proporzioni di uno smartphone e viene così trasformato nel dispositivo tramite cui poter riflettere sui “modelli di autorappresentazione giovanili condivisi in rete e fisicamente nelle periferie espanse delle metropoli europee”. Le ambientazioni, composte da architetture iconiche e statuaria musealizzata, sono l’unico pubblico rimasto a testimoniare le pose patinate di Bené e Macha, i membri della crew di rap francese PNL raccontanti con alienata ridondanza dalla composizione di Robert Girardin e Lorenzo Senni.
  • By Leonardo Caldana – artribune.com

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