Cultura, personaggio

A Genova la grande mostra su Rubens, gentiluomo del Barocco

FINO AL 5 FEBBRAIO 2023 LA MOSTRA CHE VEDE PROTAGONISTA LA PITTURA DI RUBENS NELLA CORNICE DI PALAZZO DUCALE A GENOVA. A ISPIRARE LA RASSEGNA? IL RAPPORTO DELL’ARTISTA CON LA CITTÀ, IN OCCASIONE DEI 400 ANNI DALLA PUBBLICAZIONE DEL SUO LIBRO DEDICATO AI PALAZZI DI GENOVA

Nils Büttner, docente della Staatliche Akademie der Bildenden Künste Stuttgart e Chairman del Centrum Rubenianum di Anversa, sottolinea il respiro internazionale della mostra al Palazzo Ducale di Genova. Ricorda che Peter Paul Rubens (Siegen, 1577 ‒ Anversa, 1640) nacque durante una guerra che durava già da dieci anni (sono del 1567 le prime repressioni dei dominatori spagnoli nei Paesi Bassi) e morì durante una guerra che terminerà otto anni dopo (risale al 1648 il Trattato di Münster fra la Spagna e le Province Unite, riconosciute indipendenti, in relazione alla Pace di Vestfalia, che sanciva la fine anche della Guerra dei Trent’anni). Proprio con il volume sui palazzi di Genova – l’unico della serie dedicato a una sola città, illustrato dall’artista e pubblicato a suo nome –, in cui raccoglie incisioni molto dettagliate di facciate e piante di edifici che avrebbero dovuto ispirare Anversa, “Rubens voleva dimostrare che si potesse vivere in pace”, asserisce Büttner. Anversa e Genova si ritrovano comunità gemelle, entrambe specchiate nei loro porti: nella propria storia hanno condiviso battute d’arresto come guerra e peste, ma soprattutto hanno intrecciato fra di loro legami commerciali e culturali. “Rubens è speciale per Genova, come questa città lo era per lui”, sottolinea Jan Rombouts, advisor alla cultura del vicesindaco di Anversa. Così, seguendo simmetrie e scambi, il Comune fiammingo ha prestato per l’esposizione opere importanti a Genova, proprio “come una amante invia pegni d’amore all’amante lontano”.

RUBENS E GENOVA

Anna Orlando, studiosa genovese free lance, specialista di Barocco e già co-curatrice della mostra L’Età di Rubens, tenutasi nello stesso Palazzo Ducale nel 2004, dichiara di aver voluto costruire “una mostra che diverta e intrighi”, un racconto che segua “il filo rosso dello stupore e della meraviglia”, in cui grazie ai numerosi prestiti “tornano a casa opere da tutta l’Europa”. Sicuramente è interessante nella curatela il progetto di rete, il network che coinvolge oltre sessanta realtà pubbliche e private ed è composto di decine di tappe, le prime delle quali costituite da Palazzo Ducale e dalla Chiesa del Gesù, con le due grandi pale d’altare con la Circoncisione di Gesù (1605) e con I miracoli del beato Ignazio di Loyola (1619-20). Creare un pretesto per andare o tornare nelle chiese e nei musei cittadini permette di leggere il tessuto urbano attraverso il filtro di un’epoca, usufruendo talvolta anche di aperture speciali. L’ondata rubensiana ha coperto, inoltre, più di 150 iniziative collaterali, tra mostre, conferenze, incontri, presentazioni, visite guidate, itinerari e concerti.

LE OPERE IN MOSTRA A PALAZZO DUCALE

Le opere esposte sono oltre 100, tra dipinti, disegni, incisioni, arazzi, arredi e volumi antichi, inseriti in un allestimento dalle tonalità grigio/blu. Documentano il milieu di una grande capitale artistica, quale era la Genova dei tempi di Rubens, visitata da lui probabilmente a partire dal suo primo viaggio in Italia, non ancora ventitreenne, nel maggio del 1600. Successivi soggiorni si sono svolti fino al 1608, ma i rapporti con il patriziato genovese si sono protratti anche dopo il ritorno ad Anversa dell’artista. Delle 30 opere ascrivibili all’universo artistico rubensiano, 18 sono autografe – riconoscibili nel percorso in quanto collocate in nicchie a strombo ed evidenziate da bande verticali dorate –, insieme a dipinti certamente di bottega, frutto della supervisione del pittore e con interventi diretti, oltre a due testimonianze di opere perdute e note attraverso riproduzioni successive. Sono presenti in mostra, per completezza e utili confronti, gli artisti che Rubens ha certamente visto e studiato in Italia, come Tintoretto e Luca Cambiaso, o che ha incontrato, come Sofonisba Anguissola (notevoli Le due principesse infanti del 1570), Bernardo CastelloGiovanni Battista Paggi, o con i quali ha collaborato, come Frans Snyders e Jan Wildens. Grazie a prestiti di musei stranieri e italiani e di collezionisti privati, la mostra vanta 15 opere rubensiane mai esposte a Genova e 10 addirittura per la prima volta in Italia.

I TEMI E LE SEZIONI DELLA MOSTRA SU RUBENS

Le sezioni della mostra sono 16 e occupano le sale dell’appartamento ducale al piano nobile del palazzo, suddivise in capitoli storico-tematici. Il visitatore è condotto da I Palazzi di Genova – l’incipit scenografico si apre proprio con due copie originali del volume – e Genova meravigliosa fino Alla corte di Mantova e poi nella Genova coltissima tra poeti e pittori, nella Genova città di famiglie e Repubblica oligarchica, dove L’altra faccia della medaglia è costituita da istantanee cronachistiche dell’epoca lasciate dai pittori fiamminghi giunti in città dopo Rubens. La rivoluzione del ritratto merita confronti nel contesto genovese, mentre le sezioni dedicate a I quattro elementi approfondiscono il rapporto con l’universo rubensiano, tra pittori di nature morte e animalisti (Terra), scene di genere con uccelli (Aria), giardini incantati con l’episodio biblico della casta Susanna e i vecchioni (Acqua), nudi d’autore tra classicità e passione (Fuoco). Il paradiso delle donne e Tutte le dame di casa sono sezioni raffinate, che si soffermano su principesse spagnole e “principesse” genovesi, con i loro accessori del lusso, fino a un confronto esemplare tra dame della stessa famiglia di tre generazioni diverse: la madre (Geronima Spinola), la figlia (Maria Giovanna Serra) e la sorella (Violante Maria Spinola Serra, scelta a immagine-guida e star della mostra) di Veronica Spinola Serra (moglie del ricchissimo Geronimo Serra). Lo spazio del sacro occupa la cappella del Doge, mettendo in evidenza il rapporto con la Chiesa da parte di Rubens, che inaugura l’epoca della pala barocca proprio con la Circoncisione già menzionata. Della sedicesima e ultima sezione con Due casi-studio fa parte quel Cristo risorto appare alla Madre (con una figura da una composizione sottostante), al centro delle cronache recenti. I Carabinieri del Nucleo Tutela hanno sequestrato l’opera in quanto hanno riscontrato passaggi di proprietà e procedure di esportazione forse illeciti. A tempo di record il dipinto è stato, però, ricollocato nel percorso espositivo, di cui costituisce l’ultimo tassello, suscitando il dibattito tra indagini storico-artistiche e diagnosi di restauro.

RUBENS CONTEMPORANEO

Chiediamo ad Anna Orlando se Rubens sia attuale e del significato che oggi può avere dedicare a questo maestro del XVI-XVII secolo un’altra mostra. Asserisce che Rubens sia “contemporaneo in due sensi: per come vive la contemporaneità nella sua epoca e per gli aspetti ancora attuali delle sue opere”. Rubens è un artista che osa, sia sul piano dei contenuti che sul piano formale: è un ribelle verso l’establishment in modo nascosto. Da bambino ha fatto il paggio; elegante, di bell’aspetto, educato, parlava diverse lingue, avrebbe dovuto fare il mestiere del padre, che era uomo di legge. A Genova trova una città colta, si rapporta all’Ordine dei Gesuiti, si inserisce nei filoni culturali alti e canonici, ma è portato alla sperimentazione. In un ambiente così open-minded realizza opere rivoluzionarie, “basti pensare a come tratta il tema del nudo in piena Controriforma”, sottolinea Orlando. Anche l’approccio verista al tema di Susanna e i vecchioni suscita un dibattito tra erotismo e attualità, ma l’artista è dirompente e innovativo pure nei ritratti. Un ulteriore esempio significativo di “scatto in avanti” è sempre la pala della Circoncisione per i Gesuiti dove, nella parte alta, è rappresentato un turbine di angeli e, sotto, il gruppo di persone. Mentre Caravaggio (che muore nel 1610), consegue una rivoluzione barocca dal punto di vista del dramma interiore, “Rubens la realizza in maniera più teatrale, da gentiluomo”, conclude Anna Orlando.
  • By Linda Kaiser – artribune.com

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