Attualità, biennale

A Jeddah la prima edizione della Biennale d’Arte Islamica. Le foto

45 ARTISTI E DECINE DI MIGLIAIA DI METRI QUADRATI DI SPAZIO IN UN AEROPORTO TRA I PIÙ TRAFFICATI DEL MEDIO ORIENTE. L’ARABIA SAUDITA CONFERMA LA SUA VOGLIA DI INVESTIRE, E MOLTO, SULLA CULTURA

La prima edizione della Biennale d’arte islamica si tiene in una sede associabile ad un non luogo per antonomasia: il parking di un aeroporto in mezzo al deserto. In realtà si tratta di una scelta ben precisa. La Islamic Art Biennial  di Jeddah, organizzata dalla Diriyah Foundation, è stata allestita nel terminal aeroportuale che funge da accesso alle due città sacre del mondo islamico: Mecca e Medina. Anche solo un rapido passaggio in aeroporto fa rendere conto della quantità di pellegrini che transitano di qui.

ISLAMIC ART BIENNALE A JEDDAH. ARCHITETTURA E STRATEGIE

Si tratta di vecchie ma ben tenute strutture a pali in metallo e vele in tessuto realizzate dagli architetti americani di SOM. SOM (Skidmore, Owings & Merrils) è lo studio che ha realizzato negli anni Ottanta il terminal chiamato Hajj dell’aeroporto internazionale di Jeddah (che nel frattempo è stato completamente rivoluzionato nei suoi terminal principali) ed è lo stesso studio che sta costruendo il Villaggio Olimpico per i Giochi del 2026 a Milano. La Diriyah Foundation (costituita dal ministero della cultura saudita) ha già organizzato lo scorso anno una biennale, questa volta a Riyad. Dunque perché un’altra manifestazione a Jeddah? L’idea è quella di dare diversa identità ai due appuntamenti (“un po’ come fa la Biennale di Venezia che ad anni alterni propone la mostra d’arte e la mostra d’architettura” spiega qualcuno con un paragone azzardato): quello di Riyad sull’arte internazionale, quello di Jeddah sull’arte islamica appunto. Con contenuti, opere, installazioni che abbiano molto a che spartire con la religione anche se non tutte a firma di artisti provenienti dall’Arabia.

ISLAMIC ART BIENNALE. MOSTRA E SPAZI

La mostra si articola su uno spazio enorme, decine di migliaia di mq, in parte al coperto in padiglioni e edifici realizzati in pochi mesi (dagli studi italiani Gio Forma Black Engineering), in parte nei grandi spazi all’aperto. Moltissime, quasi tutte, le installazioni che sono state commissionate appositamente per la biennale. In generale si punta molto sulla spettacolarizzazione, sulla teatralità, sull’allure dei grandi spazi nuovi e spiazzanti. In alcuni passaggi della mostra fa capolino l’allestimento pensato dall’altro studio di architettura importante in questa partita, gli olandesi di OMA di Rem Koolhaas: un lavoro soprattutto sulle pareti con una idea di pareti morbide, in tessuto o in carta, volte a dare personalità ad hangar aeroportuali appena costruiti. Un display che contribuisce al mood teatrale di questa mostra. Grande impegno anche per gli annessi e connessi: un bel bookshop, bar e ristoranti di livello, un intenso public program durante i tre mesi di durata dell’esposizione. Insomma, anche qui come ad esempio ad AlUla come abbiamo raccontato qui, i sauditi ci credono e ci provano con grandiosa profusione di mezzi e investimenti. Gli artisti sono 45 e provengono da tutto il mondo arabo: Tunisia e PalestinaMarocco e KuwaitSudan e Egitto. Ci sono tanti nomi importanti a livello locale così come firme riconosciute a livello internazionale come Wael Shawky o Haaron Mirza. Il primo obiettivo è inquadrare meglio la cultura islamica al confine tra arte e religione. Il secondo obiettivo, forse ancora più alto, è confermare che gli investimenti culturali saranno il leit motiv della nuova Arabia Saudita degli Anni Venti di questo secolo.
  • By Massimiliano Tonelli – artribune.com

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