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Capolavori dal Kunst Museum Winterthur in mostra a Udine

Impressionismo e Modernità, capolavori dal Kunst Museum, Casa Cavazzini, Udine, Installation View

Impressionismo e Modernità, capolavori dal Kunst Museum, Casa Cavazzini, Udine, Installation View, Ph Fabrice Gallina 2026

La temporanea chiusura per interventi di restauro del Kunst Museum Winterthur, prestigiosa istituzione svizzera, ha reso possibile un eccezionale prestito che porta a Udine, nelle sale di Casa Cavazzini, un corpus di ottantaquattro opere di straordinario valore storico e artistico. Il percorso espositivo abbraccia un arco cronologico che va dall’Impressionismo fino alla Seconda guerra mondiale, offrendo ai visitatori l’occasione di ripercorrere i mutamenti più radicali che hanno segnato la storia dell’arte tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento. La curatela del progetto è affidata a David Schmidhauser e Vania Gransinigh.

Le radici dell’innovazione: Impressionismo e Postimpressionismo

La prima sezione della mostra, intitolata Le radici dell’innovazione, si concentra sui movimenti che hanno ridefinito i canoni visivi tradizionali. L’Impressionismo viene presentato come il momento in cui si disattiva ogni ortodossia e ogni concezione della pittura intesa come pura mimesi. L’obiettivo diventa reinventare il visibile, trasformando l’apparenza in visione per registrare le variazioni di luce, atmosfera e i riflessi lungo i paesaggi urbani o fluviali. A questo si affianca il Postimpressionismo, caratterizzato dalla volontà di superare la stretta relazione tra pittura e sensazione ottica, puntando a solidificare la forma e a liberare il potenziale espressivo del colore.

Tra i protagonisti di questa fase spicca Vincent van Gogh, la cui opera anticipa le tensioni dell’Espressionismo grazie al vigore della pennellata e alla luminosa policromia del celebre ritratto di Joseph Roulin. Accanto a lui, la scultura di Medardo Rosso con il Ritratto di Henri Rouart del 1890 mostra un busto modellato con una forza che sembra scavata direttamente dalle mani dell’artista. Claude Monet è presente con Belle-île, Coucher du soleil del 1886, caratterizzato dal tipico tocco a forma di virgola e da una linea d’orizzonte ribassata, in linea con quella ricerca di smaterializzazione del visibile a favore del puro colore descritta da Marcel Proust nella sua Recherche.

Il viaggio tra le poetiche del tempo prosegue con Camille Pissarro e il suo Le Boulevard Montmartre, mardi gras, soleil couchant, dipinto nel 1897 da una camera d’albergo affacciata sul celebre viale parigino, dove il brulichio della festa si traduce in un vortice visivo di strisce di carta colorata e alberi spogli. Chiude questa prima parte Pierre Bonnard con L’abat-jour orangé del 1908, opera in cui il colore e la luce interna dialogano attraverso la presenza nodale di un paralume arancione che diffonde una tonalità calda e unifica lo spazio domestico.

Il Cubismo e la rivoluzione della forma

Il percorso espositivo prosegue addentrandosi nel capitolo dedicato al Cubismo e alla rivoluzione della forma, movimento che nei primi anni del Novecento ha smantellato la prospettiva tradizionale e frammentato la realtà in geometrie inedite. In questa sezione si incontra il Pierrot di Juan Gris del 1919, in cui il soggetto è saldamente ancorato al centro della composizione attraverso una rigorosa intelaiatura di configurazioni geometriche, volumi e zone d’ombra accuratamente bilanciate.

Partendo dalle premesse cubiste, Fernand Léger elabora una personale cifra stilistica nota come Tubismo, evidente in Les deux femmes et la nature morte del 1920. L’artista ricorre a una radicale semplificazione geometrica basata su cilindri e cubi, dosati con precisione per restituire un’intensa energia cromatica e l’illusione di una spazialità multidimensionale. Nello studio per La città di Parigi, Robert Delaunay spinge invece la ricerca oltre il cubismo analitico, focalizzandosi interamente sulla forza della luce e del colore.

Il Surrealismo e il mistero delle immagini

Con la sezione intitolata Il mistero delle immagini: il Surrealismo, l’esposizione spalanca le porte all’inconscio, al sogno e al caso, sovvertendo il pensiero logico e convenzionale. Alberto Giacometti è presente con la Testa che guarda del 1928, un lavoro in cui le incisioni verticali e orizzontali invitano lo spettatore a completare mentalmente i tratti del volto. René Magritte, attraverso opere come Le monde perdu del 1928, utilizza la formula delle immagini-parole per destabilizzare i codici linguistici tradizionali, disponendo su una superficie cromatica grigia forme e scritte evocative come personnage perdant la mémoire e corps de femme.

L’Astrattismo tra Concretismo Geometrico e astrazione organica

La riflessione sull’Astrattismo si sviluppa lungo una doppia direttrice all’interno delle sale di Casa Cavazzini. Da un lato trova spazio il Concretismo Geometrico, che vede in Piet Mondrian e nel movimento olandese De Stijl i massimi esponenti di una pittura in cui linee, superfici e colori sono totalmente affrancati da qualsiasi intento mimetico. Ne è un esempio Composition A del 1932, dove Mondrian si affida a griglie ortogonali nere e a riquadri di colori primari per raggiungere un rigoroso equilibrio visivo. Dall’altro lato, la mostra documenta l’anima più lirica e organica dell’astrazione attraverso le ricerche autonome e poetiche condotte da figure come Paul Klee, Vasilij Kandinsky e Sophie Taeuber-Arp.

La centralità della scultura

La scultura riveste un ruolo di primo piano nell’economia della mostra udinese, tracciando una linea evolutiva che parte da Auguste Rodin e Aristide Maillol, passa per Constantin Brancusi e si conclude con Hans Arp. Quest’ultimo chiude idealmente il percorso con le sue forme plastiche non figurative, tra cui spicca Human Concretion, un’opera dai volumi morbidi e levigati che, pur nella sua natura astratta, evoca una profonda e sottile umanità capace di custodire emozioni inesprimibili a parole.

Fonte: Artribune

Crediti immagine: Museum: Winterthur in Svizzera ha consentito di presentarne la collezione a Udine in