Architettura, Arte Contemporanea

Nel Principato di Monaco l’arte pubblica riscopre la contemplazione

Grotte bleue, Promenade du Prince Jacques, Monaco
Grotte bleue, Promenade du Prince Jacques, Monaco, 2026. Photo Valentina Riccò

C’è un momento, entrando nella Grotte bleue – progettata dagli studi di architettura Valode & Pistre e Renzo Piano Building Workshop in collaborazione con l’architetto paesaggista Michel Desvigne nel nuovo quartiere di Mareterra del Principato di Monaco – in cui il rumore della città sembra scomparire senza davvero sparire. Restano il mare, il vento, il passaggio lontano degli elicotteri, il rombo dei motoscafi, il frangersi delle onde contro la roccia. È il paesaggio sonoro di Monaco trasformato in materia architettonica: non una colonna sonora artificiale, ma il respiro stesso del luogo.

La bellezza sublime della Grotte bleue

Si entra in un’anticamera introdotta da un video che racconta la vita sottomarina nelle acque della grotta, poi una porta spessa, grigia, essenziale fino all’austerità. Nessun ornamento, nessuna promessa: solo materia e silenzio. Quando si richiude alle spalle, non fa rumore: crea una separazione. In quell’istante il fuori sembra sospendersi. La porta si chiude immediatamente e ci si ritrova su una balconata sospesa sul mare. Istintivamente ci si avvicina al parapetto con cautela. Non è paura. È rispetto. Sotto si apre il Mediterraneo nella sua forza primordiale, mentre un semplice salvagente appeso alla parete ricorda che quella bellezza conserva sempre qualcosa di indomabile. L’impressione è quella di entrare in una cattedrale. Ed è qui che avviene il ribaltamento. Una cattedrale capovolta, dove non si guarda verso l’alto, ma si precipita dentro il mare.

Tadao Ando e Tia-Thuy Nguyen: la materia come esperienza percettiva

Pochi passi oltre la Grotte bleue si incontra lo spazio di meditazione progettato da Tadao Ando, che ospita Drop of the sun dell’artista Tia-Thuy Nguyen. L’ambiente è costruito attorno a quattro tonnellate di quarzo, prevalentemente rosa, attraversato da venature verdi, gialle e lattiginose. Dall’oculo aperto nel soffitto la luce naturale entra lentamente, modificando nel corso della giornata la temperatura cromatica dello spazio e la percezione stessa della materia. Non accade nulla, in senso tradizionale. Ed è proprio questo non accadere a diventare il centro dell’opera. Non ci sono istruzioni, dispositivi interattivi o inviti alla partecipazione. Il visitatore non è chiamato a fare, ma a restare.

L’arte pubblica a Monaco tra luce, riflesso e movimento

Lo stesso spostamento percettivo si ritrova nelle opere disseminate nello spazio pubblico del Principato. Lo Sky Mirror di Anish Kapoor non si limita a riflettere il cielo. Lo destabilizza. La superficie specchiante non restituisce un’immagine stabile, ma una condizione continuamente mutevole dello sguardo. Poco distante, Hexa Grace (Le ciel, la mer, la terre) di Victor Vasarely continua questa grammatica dell’instabilità. La linea tra cielo, mare e terra diventa un arcobaleno esagonale che attraversa la Costa Azzurra, modificando il rapporto tra paesaggio e osservatore. In questa prospettiva, il riferimento più evidente passa attraverso il lavoro di James Turrell e Olafur Eliasson. In entrambi i casi, l’opera non chiede di essere utilizzata, ma di essere attraversata percettivamente. La luce, l’atmosfera e il tempo diventano materiali plastici tanto quanto la pietra o il metallo. È in questo stesso orizzonte che si inserisce Quatre Lances di Alexander Calder, collocata nel paesaggio di Mareterra tra il mare e il Giardino giapponese di Monaco.

Da partecipazione a contemplazione: il nuovo ruolo dell’arte pubblica

L’insieme di queste opere suggerisce che Mareterra non sia semplicemente un intervento urbano arricchito da installazioni artistiche, ma un dispositivo più complesso: un ambiente progettato per modificare la percezione del tempo. Se per molti anni l’arte pubblica ha lavorato sulla partecipazione, sulla relazione e sull’attivazione del pubblico, oggi sembra emergere un’altra direzione: la costruzione di spazi di attenzione. La spiritualità che emerge da queste opere non ha nulla di confessionale. Non rimanda a simboli religiosi né a iconografie del sacro tradizionale. È una spiritualità laica, costruita attraverso elementi primari: acqua, luce, vento, riflesso, pietra, temperatura. Dopo la stagione dell’arte pubblica come interazione sociale, Mareterra sposta il fuoco: dall’azione alla percezione, dall’uso allo sguardo. L’estetica torna a essere esperienza.

Fonte: Artribune

Crediti immagine: Photo: Valentina Riccò