
La controversia legata alla ridenominazione del Padiglione di Taiwan in vista della prossima edizione della Biennale di Gwangju si è trasformata in un caso diplomatico internazionale. Il ministero della Cultura taiwanese ha espresso una netta protesta contro la decisione degli organizzatori coreani di rimuovere il nome concordato dalla presentazione ufficiale, minacciando azioni adeguate qualora venissero violati gli accordi presi.
Una disputa diplomatica e culturale
La questione è emersa a giugno, quando il ministero della Cultura ha rilevato che il programma della biennale indicava il progetto espositivo con la dicitura NTMoFA Pavilion, in riferimento al National Taiwan Museum of Fine Arts, istituzione promotrice dell’iniziativa. I tentativi di ottenere chiarimenti e il ripristino della denominazione originaria attraverso la missione di Taipei in Corea non hanno inizialmente ricevuto risposta.
Il caso è diventato pubblico quando i dieci artisti partecipanti e il curatore hanno diffuso una dichiarazione in cui parlavano di censura politica e di cancellazione deliberata di Taiwan, dopo aver constatato che il nome Taiwan Pavilion non compariva nemmeno nei materiali promozionali. Il ministero della Cultura e il ministero degli Affari Esteri hanno quindi formalizzato una protesta ufficiale.
La posizione degli organizzatori e la replica
La fondazione della Biennale di Gwangju ha dichiarato di non aver interferito con i contenuti della mostra, specificando che l’accordo è stato stipulato con il museo come istituzione e non come padiglione nazionale, non avendo ricevuto la documentazione ufficiale da parte di un ministero o di un’ambasciata. Secondo la fondazione si tratta di una questione amministrativa e di convenzioni di denominazione.
Il ministero della Cultura taiwanese ha replicato pubblicando la corrispondenza e le proposte iniziali che dimostrano come il progetto sia sempre stato identificato come Padiglione di Taiwan fin dalle prime fasi di approvazione.
Il contesto storico e la mostra
La Biennale di Gwangju, fondata nel 1994 per ricordare la rivolta del 1980 e legata ai valori di democrazia e libertà di espressione, ospita dal 2018 i padiglioni nazionali. L’edizione in apertura presenta ventotto padiglioni complessivi tra istituzioni e rappresentanze nazionali.
L’esposizione taiwanese, intitolata Instance Dungeons: Gray Zone e curata da Chen Hsiang-Wen, esplora la peculiare posizione geopolitica dell’isola attraverso nove opere, tra cui l’installazione basata sull’intelligenza artificiale Traced (2026) di Cheng Hsien-Yu e il lavoro video The Space Warriors and the Digigrave (2024) di Su Hui-Yu. Nonostante le pressioni e le difficoltà analoghe già registrate in passato in manifestazioni come la Biennale di Venezia o la Biennale di San Paolo, gli artisti coinvolti intendono proseguire la propria battaglia per la libertà di espressione.
Fonte: ARTnews
Crediti immagine: Museum: of Fine Arts, which serves as the commissioning institution
Informazioni sulla mostra
Periodo: Dal 2026-09-05
Sede: Gwangju Biennale
Luogo: Gwangju, Corea del Sud
Informazioni: La mostra apre il 5 settembre.

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