
Mettere mano agli immaginari collettivi rappresenta da sempre un’operazione complessa e rischiosa. Significa ridefinire una narrazione consolidata, applicare nuove regole, ricercare chiavi di lettura inedite e tentare di esprimere concetti rimasti inespressi. Un compito che si fa ancora più arduo quando si affrontano grandi personaggi o pellicole cinematografiche entrate nella storia, ambiti in cui i tentativi realmente riusciti si contano spesso sulle dita di una mano.
La riscrittura dei grandi miti cinematografici
Alcuni interventi si rivelano eccezionali, come nel caso di Joker diretto da Todd Phillips nel 2019 e interpretato da Joaquin Phoenix. Una pellicola capace di coinvolgere il grande pubblico mostrando il celebre villain senza la presenza di Batman, tratteggiandolo come una vittima umana di violenze e soprusi nella metropoli di Gotham e New York, alla ricerca di una redenzione a caro prezzo. Analogamente, in passato, la storia del cinema ha visto registi capaci di rivoluzionare interi generi: basti pensare alla rappresentazione del Vietnam senza giungla in Full Metal Jacket di Stanley Kubrick nel 1984, o alla trasfigurazione della camorra operata da Matteo Garrone in Gomorra nel 2008, lontana dai canoni tradizionali inaugurati da capolavori come Il Padrino.
Tuttavia, estrarre certe opere dal loro contesto originario rischia talvolta di depotenziarle. Sequel e riletture kolossal come i lavori di Denis Villeneuve su Dune e Blade Runner 2049, o produzioni come Tron: Ares con Jared Leto, faticano a dialogare con le vere inquietudini contemporanee, finendo per somigliare a imponenti live action videoludici che faticano a trovare una connessione profonda con lo spettatore di oggi.
Robin Hood – Il prezzo del sangue: il crepuscolo dell’eroe secondo Michael Sarnoski
In questo panorama si inserisce Robin Hood – Il prezzo del sangue, lungometraggio firmato da Michael Sarnoski, già autore di Pig e A Quiet Place: giorno 1. Il film sceglie di allontanarsi radicalmente dall’iconografia classica dell’uomo in calzamaglia verde votato alla protezione dei deboli, incorrendo in una scelta di stile rigorosa che scardina la sostanza tradizionale del mito.
Interpretato da un coraggioso Hugh Jackman dal look imbiancato, il celebre fuorilegge viene qui ritratto in età avanzata, depresso, senzatetto e costretto a una fuga costante, braccato dai discendenti di coloro che ha eliminato nel corso di gesta ormai dimenticate. Sarà l’amico Little John a spingerlo in un’ultima missione per recuperare i pochi beni sottratti alla sua terra e liberare la moglie Margaret e la giovane figlia Margaret. Ferito gravemente in uno scontro, Robin viene abbandonato su un’isola remota, nel monastero di Saint Clément, affidato alle cure della priora Sister Brigid, interpretata da Jodie Comer, divisa tra il ruolo di guaritrice di giorno e officiante di riti pagani di notte. Ha così inizio un tormentato cammino di pentimento che lo condurrà alla fine della sua esistenza, scortato soltanto da un lebbroso e dalla giovane Margaret, rimasta orfana dopo la morte di Little John.
Tra ballate seicentesche e tradizioni popolari
L’opera trae ispirazione da una ballata seicentesca successiva ai componimenti tardomedievali, intitolata Robin Hood’s Death, caratterizzata da una spiccata vena di malinconia e di fine. Se nella cultura anglofona il mito dell’arciere di Sherwood si è stratificato tra il XIII e il XV secolo attraverso racconti popolari e ballate che celebravano la resistenza dei contadini armati di arco contro i poteri oppressivi della Chiesa e della Corona, il cinema ha spesso esplorato la parabola crepuscolare del personaggio. Un precedente illustri è rappresentato da Robin e Marian del 1976, interpretato da Sean Connery e Audrey Hepburn, in cui un anziano Robin affrontava il peso del tempo e della decadenza fisica, pur mantenendo intatta la tensione romantica e il confronto con lo sceriffo di Nottingham.
Nel film di Sarnoski, invece, il processo di decostruzione è totale. La memoria stessa del protagonista appare compromessa, privata dei ricordi delle sue battaglie. L’eroe svanisce, lasciando spazio alla nuda realtà di un corpo ferito e infermo. La foresta scompare, sostituita da un monastero nebbioso e isolato, simbolo di una ritirata definitiva in cui il potere non ha più bisogno di mostrarsi perché ha semplicemente vinto.
Ciò che resta sono frammenti di quotidianità: un frutteto, la paglia, i conigli braccati e l’eredità di un arco, l’ultimo strumento di resistenza, affidato alle mani della piccola Margaret, in un passaggio di testimone che chiude definitivamente l’epoca dei difensori leggendari.
Fonte: Exibart
Crediti immagine: Fonte: Exibart

RSS - Articoli