
Negli atelier di tutta Italia, una nuova generazione di artisti sta dimostrando l’infondatezza della presunta morte della pittura, unendo la tradizione classica all’immaginario iper-connesso contemporaneo. Una serie di approfondimenti dedicati ai pittori emergenti attivi in Italia permette di esplorare le ossessioni e gli sconfinamenti linguistici di chi sceglie il medium più antico del mondo per raccontare la complessità del presente, reinterpretando generi tradizionali come il ritratto, il paesaggio e la natura morta. In questo contesto si inserisce il lavoro di Giovanni Bongiovanni, nato ad Augusta nel 2001.
La ricerca pittorica tra ambiguità e stratificazione
La produzione visiva di Bongiovanni si concentra sulla costruzione di immagini ambigue e stratificate, che traggono origine da frammenti del reale per poi subire alterazioni progressive. L’artista utilizza la pittura per condurre le scene verso una dimensione sospesa, capace di rendere il familiare estraneo, rituale o inquieto.
Il percorso artistico è iniziato nell’infanzia con il disegno e l’uso degli acquerelli, per poi orientarsi verso tecniche caratterizzate da una maggiore coprenza immediata. All’età di circa tredici anni, il primo contatto con i colori a olio è avvenuto tentando di scioglierli con olio extravergine d’oliva.
Riferimenti e maestri
Nel guardare alla storia dell’arte, l’autore evita di stabilire classificazioni gerarchiche tra i maestri del passato. Tra i contemporanei, invece, il suo interesse si è concentrato inizialmente sul lavoro di Michaël Borremans, per poi estendersi a figure come Philip Guston, Peter Doig ed Emma Webster.
Per Bongiovanni la pittura costituisce un fine autonomo. Sebbene le immagini abbiano l’intenzione di rappresentare qualcosa, l’intera sovrastruttura costruita attorno al dipinto serve principalmente ad alimentare il mezzo pittorico stesso.
Temi e strumenti digitali
I temi affrontati traggono ispirazione da immagini legate al vissuto personale e presente, successivamente alterate o estremizzate. Le figure rappresentate appaiono adattate a contesti postmoderni e selvatici, dando vita a messe in scena in cui compaiono riti, oggetti misteriosi, sacri o abbandonati. Tale linguaggio esprime un desiderio di ricongiungimento con il selvatico e con una natura non romanticizzata.
Nel processo creativo confluiscono elementi come la gamma cromatica e la composizione, considerati di primaria importanza. A livello tecnico, l’artista utilizza software di grafica professionali per realizzare collage digitali di partenza e si avvale anche di strumenti di intelligenza artificiale per generare oggetti o figure utili alla composizione, mantenendo un approccio volutamente non raffinato nelle scene digitali prima della traduzione su tela.
Il lavoro trae inoltre ispirazione da fonti esterne alla pittura tradizionale, quali il cinema, l’illustrazione, la fotografia e la musica. All’interno del processo realizzativo, i primi strati di ombreggiatura rivestono un ruolo cruciale per la definizione dei valori plastici iniziali, mentre il completamento di un’opera viene percepito intuitivamente quando viene meno il desiderio di continuare a osservarla.
La partecipazione a Ensemble
Interpellato sulla presenza delle proprie opere all’interno di una grande collettiva come la mostra Ensemble, ospitata dalla Fondazione The Bank, l’artista esprime profonda gratitudine e onore nel fare parte di questo progetto espositivo all’interno di un’istituzione dedicata.
Fonte: Exibart
Crediti immagine: foto: grafia

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