
Alla Biennale, la spiritualità rappresenta una materia complessa e rischiosa, capace di trasformarsi facilmente in atmosfera o in alibi. L’artista Khaled Sabsabi, nato a Tripoli nel 1965, sceglie tuttavia una direzione differente attraverso il progetto intitolato Conference of one’s self, concepito per il Padiglione Australia. L’installazione evita di esibire temi come la migrazione, la devozione o il multiculturalismo riducendoli a semplici argomenti, preferendo invece trattarli come forze in tensione all’interno di uno spazio che rallenta e sottrae. L’obiettivo non è spiegare concetti, bensì modificare la percezione dello sguardo e dell’ascolto.
Il percorso dell’opera arriva alla Biennale dopo il complesso episodio che ha coinvolto lo stesso Sabsabi e il curatore Michael Dagostino. Nel febbraio del 2025 i due erano stati inizialmente sollevati dall’incarico da Creative Australia, l’ente governativo di supervisione delle arti nel paese, a seguito di pressioni mediatiche e politiche legate a un’opera precedente dell’artista del 2007, intitolata You, che includeva immagini ambigue del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah. La vicenda si è tuttavia conclusa con il reintegro avvenuto nel luglio dello stesso anno.
Chi è Khaled Sabsabi
Nato in Libano e cresciuto in Australia, Sabsabi sviluppa da anni una ricerca in cui l’immagine, il suono, la memoria e la dimensione collettiva restano profondamente intrecciati alla storia. Nel contesto di Venezia, questa traiettoria trova una forma definita e rigorosa. Il richiamo all’opera letteraria The Conference of the Birds di Farid al-Din Attar costituisce la matrice interna del progetto: un impianto poetico e spirituale che connette l’interiorità alla diaspora, l’esperienza individuale al movimento dei popoli, e la pluralità delle appartenenze alla ricerca di un centro comune. All’interno di una Biennale spesso caratterizzata da un forte sovraccarico visivo e verbale, la proposta di Sabsabi punta alla sottrazione e alla trasformazione dello spazio abitato.
Intervista a Khaled Sabsabi
Il titolo Conference of one’s self suggerisce insieme una riunione interiore e uno spazio condiviso di riflessione. Come è nato?
Il titolo prende ispirazione da The Conference of the Birds, il poema sufi del XII secolo scritto da Farid al-Din Attar. Al centro dell’opera letteraria vi è un pellegrinaggio arduo che conduce a una scoperta fondamentale: il divino che i cercatori inseguivano era in realtà già custodito dentro di loro. L’intento è stato quello di tradurre questa intuizione in una dimensione contemporanea e multisensoriale, mettendola in risonanza con la storia globale delle migrazioni. Sia l’Australia sia Venezia sono territori definiti dall’acqua e dall’incontro di culture differenti. Il progetto nasce anche dalla volontà di inserire l’identità multiculturale e multireligiosa dell’australiana all’interno di una storia più vasta di scambi e attraversamenti, dimostrando che le culture locali non sono mai entità isolate.
Spiritualità, migrazione e umanità condivisa sono tre assi forti del progetto. Come riescono a stare insieme senza diventare illustrativi?
L’intenzione non era quella di rappresentare in modo didascalico la migrazione, la fede o una generica idea di umanità comune. L’obiettivo principale consisteva nel generare uno spazio di riflessione e astrazione dove tali dimensioni potessero dialogare senza ridursi a un significato univoco. L’opera colloca il pubblico in una zona di soglia e intermedia, dove differenti visioni culturali del mondo convivono tra storie condivise, tensioni e conflitti. L’impatto emotivo emerge proprio nel punto in cui l’umanità collettiva viene percepita visceralmente anziché semplicemente osservata.
Il titolo richiama anche una tradizione sufi di trasformazione interiore. In che modo questa struttura poetica e filosofica entra nel linguaggio visivo e spaziale dell’opera?
Il sufismo, o tasawwuf, è profondamente connesso alla purificazione del cuore e alla ricerca di una sincerità radicale. Nel poema di Attar gli uccelli affrontano un cammino difficile per comprendere che la meta cercata coincide con il proprio io interiore. Questo viaggio è stato tradotto in termini simbolici e concreti: da un lato interrogandosi sulla possibilità di superare le differenze ideologiche verso un centro spirituale comune, dall’altro proponendo un ottavo livello del sé in aggiunta ai sette tradizionali citati nel testo. Il numero otto evoca una completezza possibile, accompagnata da processi di apprendimento e disapprendimento attraverso otto dipinti che scandiscono il ritmo nello spazio espositivo.
La tua pratica si muove da tempo tra immagine, suono, memoria, devozione ed esperienza collettiva. Che cosa era urgente portare oggi a Venezia?
Nel frenetico contesto della Biennale era necessario creare una pausa e un luogo di sosta. Attraverso la combinazione di video, pittura e suono, l’obiettivo era dare forma a una temporalità differente, caratterizzata da una calma contemplativa condivisa capace di ammorbidire i confini tra l’individuo e la collettività.
Michael Dagostino ha parlato di un dialogo creativo di lunga durata con il tuo lavoro. Che cosa ha reso possibile questa collaborazione?
La collaborazione con Michael Dagostino affonda le radici in una storia biografica condivisa. Entrambi provengono da esperienze migratorie e hanno vissuto gran parte della loro vita nel Western Sydney, una delle aree più diversificate dell’Australia. Il dialogo amicale e professionale va avanti dalla fine degli anni Novanta e ha permesso di interrogarsi su come costruire uno spazio realmente inclusivo per il dialogo, superando la semplice dichiarazione nazionale per offrire un contributo universale.
L’edizione 2026 della Biennale si intitola In Minor Keys. Vedi una risonanza tra il tuo progetto e la sensibilità della mostra internazionale?
La presenza delle opere sia nella mostra internazionale sia nel Padiglione Australia risponde a una cornice spirituale comune: l’installazione dedicata a khalil esplora il sé interiore, mentre conference of one’s self si concentra sul sé esteriore. Entrambi i lavori riflettono la sensibilità di In Minor Keys interrogandosi sulla vastità dell’identità. La visione curatoriale lasciata da Koyo Kouoh prima della sua scomparsa, incentrata sull’importanza dell’ascolto autentico, ha influenzato profondamente questa direzione verso una dimensione sottile, personale e non urlata.
Che cosa speri resti ai visitatori dopo l’incontro con il padiglione australiano?
L’auspicio è che i visitatori possano sentirsi più vicini alla propria verità e accettare che le domande, talvolta, risultino più fertili delle risposte, stimolando una riflessione profonda sul legame tra le vicende individuali e la realtà diasporica globale.
Venezia // fino al 22 novembre 2026
Conference of one’s self
PADIGLIONE AUSTRALIA – Giardini della Biennale
Fonte: Artribune
Crediti immagine: Courtesy: the artist and Milani Gallery
Informazioni sulla mostra
Periodo: 2026-04-01 – 2026-11-22
Sede: PADIGLIONE AUSTRALIA – Giardini della Biennale
Luogo: Venezia
Informazioni: Conference of one’s self

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