
Ci sono esistenze che sembrano non verificarsi mai. Mantenendo lo sguardo fisso, si rischia di rimanere intrappolati in una sospensione temporale definita presente, la stessa che caratterizza i personaggi di Erika, interpretata da Alba Rohrwacher, e Mauro, interpretato da Guido Caprino. La coppia vive all’interno di una routine anestetizzata, fatta di doppie sveglie, ciambelloni e incombenze domestiche. Questa monotonia rassicurante, fondata su gesti quotidiani e ripetitivi, cela fragilità profonde dietro una quiete apparente, destinata a incrinarsi non appena la figlia Irene, interpretata da Ksenia Borzak, lascia la casa per frequentare l’università.
Intitolato Una storia, il lungometraggio rappresenta l’opera prima alla regia e alla co-sceneggiatura di Anna Foglietta, nata a Roma nel 1979. Il film è una produzione firmata da HT Film, Indigo Film, Tenderstories e Blu One Lab in collaborazione con Rai Cinema e con la partecipazione di HBO MAX, annoverando tra i produttori anche Valeria Golino. L’opera esplora il realismo e l’analfabetismo emotivo di due figure appartenenti alla piccola borghesia di provincia, le quali giungono a interrompere i loro meccanismi automatici per iniziare realmente a esistere.
L’incapacità di desiderare
Il racconto si concentra sul tema della felicità che si ritiene di non meritare e sull’impossibilità stessa di desiderare. Erika e Mauro appaiono come mappe di un territorio condiviso, i cui confini si scontrano in rassicurazioni frettolose. La protagonista non avverte soltanto la sindrome del nido vuoto, ma sperimenta la perdita della propria identità anteriore al ruolo di madre e moglie, trovandosi a gestire una quantità smisurata di tempo senza sapere come impiegarla. Mauro, dal canto suo, mantiene il controllo sulle proprie emozioni fino a quando l’ascolto di un brano musicale durante una serata karaoke provoca in lui un cedimento interiore.
Lui lavora come elettricista, oppresso da una figura paterna autoritaria che misurava ogni aspetto dell’esistenza, mentre lei appare logorata dalla vacuità esistenziale. Intorno a loro, il mondo esterno si riduce a un brusio di fondo: trasmissioni radiofoniche, programmi televisivi o frammenti di conversazioni casuali al supermercato, dove una compagna di scuola, interpretata dalla stessa Foglietta, suggerisce implicitamente il coraggio di intraprendere nuove direzioni.
Profondità emotiva e ricerca estetica
Lo sviluppo di questo percorso lungo un anno intero è filtrato dalla direzione della fotografia di Andrea Benjamin Manenti e dal lavoro dell’operatore alla macchina Alain Parroni, noto per la regia del film Una sterminata domenica del 2023. Gli autori adottano quella che Manenti definisce una poetica dell’errore, avvalendosi di lenti anamorfiche vintage costrette all’interno di un perimetro visivo alterato. Tale scelta genera un’immagine compressa che relega i soggetti ai margini attraverso inquadrature ora simmetriche, ora sbilanciate.
I personaggi vengono frequentemente ripresi di spalle o filtrati da elementi di disturbo come vetri, oggetti o la sedia lasciata vuota dalla figlia. È proprio attraverso questa imperfezione che si attiva il risveglio emotivo dei protagonisti. Man mano che Erika e Mauro riconquistano una stabilità interiore, la macchina da presa ne esamina i corpi, colti costantemente in modo parziale, fino al momento in cui i due occupano definitivamente il centro della scena. Il risultato complessivo, tuttavia, mostra un impianto estetico marcato che in alcuni passaggi rischia di penalizzare la veridicità e il realismo della narrazione, configurandosi come un rigoroso esercizio stilistico.
La colonna sonora
La narrazione è accompagnata da una suite eterea e suggestiva, firmata da Rodrigo D’Erasmo, violinista degli Afterhours, compositore e polistrumentista. L’artista ha lavorato su un pianoforte con sordina per ottenere un timbro ovattato, intriso di una dolcezza intensa. Intorno a questa sonorità si sviluppa un’impalcatura fragile di archi in costante movimento e tensione, evocando l’abbandono di certezze ormai superate verso un futuro che suscita al contempo timore e attrazione.
Anna Foglietta sceglie di non offrire soluzioni preconfezionate per contrastare l’assuefazione alla routine, soffermandosi sugli interrogativi irrisolti e ponendo Rohrmanher di fronte allo specchio, in un confronto tra la propria interiorità inquieta e la dimensione pubblica dell’esistenza.
Fonte: Artribune
Crediti immagine: foto: grafia Andrea Benjamin Manenti e dall’operatore alla macchina Alain Parr

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