Architettura, Arte Contemporanea

L’entropia di Robert Smithson ispira lo studio BEAR Architects

Progetto architettonico ispirato all'entropia di Robert Smithson
Spazi architettonici e riflessioni sul paesaggio ispirati a Robert Smithson

Robert Smithson e lo sguardo oltre i confini dell’architettura

Robert Smithson ha coltivato l’abitudine di osservare quei luoghi che l’architettura tendeva a ignorare. Terreni abbandonati, tubature, scavi, resti industriali e infrastrutture apparentemente marginali sono diventati i materiali di una pratica artistica volta a interrogarsi sul motivo per cui determinati paesaggi meritassero attenzione mentre altri venivano semplicemente trascurati. Durante il suo viaggio del 1967 attraverso Passaic, nel New Jersey, ponti e cantieri edili sono stati ridefiniti come monumenti, trasformando le presunte periferie banali della città nella testimonianza di un territorio costantemente plasmato dall’industria, dalla geologia e dal tempo.

A distanza di oltre cinquant’anni, lo studio BEAR Architects individua in quell’attitudine un interrogativo di sorprendente attualità per l’architettura contemporanea: e se gli spazi che decidiamo di ignorare fossero proprio quelli capaci di insegnarci a vivere?

Il tempo, la stratificazione e il paesaggio

Per Ane Arce e Iñigo Berasategui, la figura di Robert Smithson rappresenta una presenza costante sin dai tempi della scuola di architettura, intesa meno come un repertorio di forme da imitare e più come una chiave di lettura per comprendere il cambiamento. Il passaggio del tempo lascia un segno profondo sul paesaggio, che finisce per configurarsi come una stratificazione di sedimenti. Ogni idea e ogni immagine di un territorio risultano composte dal tempo stesso. Di conseguenza, l’architettura non può mai giungere in un luogo come un oggetto autonomo e concluso. L’atto del costruire corrisponde piuttosto all’aggiunta di un ulteriore strato all’interno di un paesaggio preesistente, ammettendo che un punto di partenza assoluto non è mai realmente disponibile.

L’intervento di BEAR a Concéntrico

Questa visione ha trovato un’applicazione letterale nell’intervento intitolato Temblores de superficie. Vino y Smithson, realizzato dallo studio BEAR in occasione del festival Concéntrico a Viña Lanciano, nella regione di La Rioja, in Spagna. Di fronte a un vasto panorama delimitato dal fiume Ebro, da un antico ponte, da rovine di vigneti e da montagne lontane, gli architetti si sono confrontati con una complessa questione di scala. Piuttosto che competere con il territorio circostante, lo studio ha scelto di inciderlo, scavando un solco lungo circa quindici metri per portare alla luce gli strati nascosti di un terreno già ripetutamente trasformato dall’agricoltura.

Attraverso questo taglio emergono in sequenza pietre, aggregati più fini e terreno, mentre una griglia tridimensionale chiara evidenzia lo scavo con un linguaggio mutuato dai rilievi archeologici. Altrove, elementi in legno, cavi tessili e giochi di riflessi ridefiniscono i punti di osservazione sul vigneto. In questo modo l’architettura compie gesti minimi in senso convenzionale, rinunciando a inserire un oggetto brillante nel paesaggio per limitarsi a rendere leggibili le trasformazioni già in atto. L’intervento richiama la fascinazione di Smithson per lo scavo, lo spostamento e l’entropia, trasformando l’opera in un’annotazione a processi già avviati anziché in un tentativo di congelarli.

L’entropia nella dimensione domestica

La riflessione dello studio si estende anche agli spazi interni della casa, dove ci si aspetta abitualmente che l’architettura accolga vite in costante mutamento mantenendo al contempo un aspetto immutato nel tempo. I cambiamenti più significativi, secondo gli architetti, risiedono nelle trasformazioni modeste capaci di alterare le relazioni quotidiane: i luoghi in cui le persone si riuniscono, la condivisione delle stanze, la visibilità delle attività e la dissoluzione delle gerarchie domestiche.

Si pensi alla cucina, il cui ruolo odierno differisce profondamente dagli ambienti isolati e utilitaristici di pochi decenni fa. Oggi questo spazio può diventare il cuore della casa, un luogo conviviale e dinamico in cui tutti desiderano trascorrere del tempo. Anche i bagni possono evolvere oltre la rigida logica igienica dei componenti compatti e lavabili, trasformandosi in ambienti più ampi e generosi, illuminati dalla luce naturale. Spesso, cambiare il modo in cui si vive insieme comincia proprio dalla riscoperta di questi spazi.

Materiali che conservano la memoria dell’abitare

La stessa accettazione del cambiamento guida l’approccio dello studio nei confronti dei materiali. Gli architetti preferiscono preservare l’esistente quando possibile e, nell’introdurre elementi nuovi, privilegiano materiali capaci di accogliere una huella, ovvero una traccia del loro rapporto con chi abita lo spazio. Questa posizione contrasta nettamente con l’uso di materiali da costruzione definiti ironicamente ultra-processati, ovvero superfici industriali ingegnerizzate affinché ogni componente risulti identico, immune alla luce solare e in cui i graffi vengono considerati difetti irreparabili. La loro apparente perfezione rischia di eliminare proprio quelle qualità che permettono a un edificio di diventare veramente proprio di chi lo vive.

Un pavimento in legno offre un esempio differente: la luce del sole ne altera gradualmente il colore, l’uso quotidiano ne lucida alcune aree più di altre e i segni del tempo si integrano nella storia della stanza. Attraverso la lettura che BEAR fa di Smithson, l’entropia cessa di essere un fenomeno confinato in fabbriche in rovina o paesaggi geologici distanti, per diventare parte integrante del modo in cui una casa accumula significato. Abitare il mondo con maggiore attenzione richiede forse che l’architettura smetta di difendersi dal tempo, lasciando spazio a ciò che accade.

Fonte: Designboom

Crediti immagine: courtesy: of BEAR